Accoltellò la moglie, 16 anni di carcere

15 Febbraio 2023

La donna fu salvata dal figlio, in aula non basta il pentimento del 53enne. La vittima deve lasciare il tribunale sotto scorta

SULMONA. Era stata accoltellata dal marito con due fendenti all’addome e per lei non ci sarebbe stato niente da fare se in suo soccorso non fosse arrivato il figlio che ha immobilizzato il padre, ferendosi lui stesso con il coltello. Una vicenda che poteva finire in tragedia e che ieri ha avuto il suo epilogo anche dal punto di vista giudiziario. Almeno per quanto riguarda il primo atto che si è chiuso tra lacrime e pentimenti per Alyho Hysen, 53 anni di origine albanese, da tempo residente a Sulmona: il tribunale, riunito in seduta collegiale, lo ha condannato a sedici anni di reclusione, nel giorno di San Valentino, oltre al pagamento di una provvisionale di 50mila euro nei confronti della moglie, presente anche lei in aula. Per l’uomo è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, la sospensione della potestà genitoriale e il pagamento delle spese processuali, più il risarcimento da calcolarsi in separata sede. L’uomo era finito sotto processo con le accuse di tentato omicidio, lesioni personali aggravate e detenzione illegale di arma illegale.
LE SCUSE ALLA MOGLIE
Prima che iniziasse la discussione, l’imputato, che dal luglio dello scorso anno, giorno dell'aggressione, si trova ancora in stato di detenzione, ha chiesto di poter fare delle dichiarazioni spontanee. «Chiedo scusa per il dolore che ho provocato a tutte le persone a me care. Quella sera non so cosa mi sia successo. Magari potessi tornare indietro. Sono stato un buon padre per i miei tre figli, che ha sempre lavorato, non facendogli mancare niente. In un attimo in cui il mio cervello si è offuscato ho perso tutto: la mia famiglia, l’amore per i miei cari e la libertà».
IL FATTO
Era il 29 luglio 2021. Il 53 enne attese la moglie sotto casa, in via Montesanto, e dopo una breve discussione la colpì con due fendenti, ferendola gravemente all’addome. In soccorso della donna arrivò il figlio maggiorenne che, dopo aver disarmato il padre, lo immobilizzò sotto gli occhi terrorizzati di alcuni testimoni accorsi alle urla della donna. Subito dopo arrivò la polizia.
LA REQUISITORIA DEL PM
Nella sua requisitoria, il pubblico ministero Stefano Iafolla ha ripercorso l’intera vicenda partendo dai giorni precedenti al fatto di sangue, quando il 53enne minacciò sia la moglie che il figlio. La coppia era in fase di separazione e l’imputato viveva in un’altra abitazione, mentre la donna nell’appartamento di via Montesanto, con i suoi tre figli. Secondo il pm, il 53enne voleva uccidere la moglie, tanto da agire con premeditazione: le accuse alla sua ex dei giorni precedenti, il grosso pugnale in tasca, la mannaia dentro al cofano della macchina e l’auto parcheggiata in una zona isolata per agire di sorpresa, senza che la moglie potesse difendersi. Alla fine della requisitoria il pubblico ministero ha chiuso con la richiesta di 16 anni di reclusione.
LA DIFESA
Ha invece puntato tutto sul profilo dell’imputato l’avvocato Pietro Altiero Celidonio: «Un uomo tranquillo, lavoratore attaccato alla famiglia, alla quale non ha fatto mancare mai nulla; non possiamo negare il fatto, ma tutto è accaduto in un momento di depressione».
INTERVENTO DELLA POLIZIA
Alla lettura della sentenza da parte del presidente del tribunale Pierfilippo Mazzagreco, i parenti dell’imputato, presenti anche loro in aula, hanno protestato duramente. Temendo azioni di ritorsione nei confronti della parte lesa, il giudice ha chiesto l’intervento della polizia che ha scortato la donna fino a casa. La parte civile è stata assistita dall’avvocato Maurizia Sciuba.
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