Ad Arischia sgomento generale e rabbia: «Da anni ci impediscono di pulire il bosco»

Arischia è un paese in “lutto”. La “sua” pineta brucia e da quello che si vede – e prevede – andrà in gran parte distrutta. Antonio Ciano è il titolare del bar del paese e non sa darsi pace. «In...
Arischia è un paese in “lutto”. La “sua” pineta brucia e da quello che si vede – e prevede – andrà in gran parte distrutta. Antonio Ciano è il titolare del bar del paese e non sa darsi pace. «In tutte le zone civili d’Italia», dice, «nei boschi vengono realizzate strade e aree frangifuoco. Qui da noi nulla. La parte alta del bosco è praticamente irraggiungibile e quindi contro il fuoco c’è poco da fare se non tentare di limitare i danni con lanci d’acqua dall’alto». Il più arrabbiato di tutti è Elia Serpetti (nella foto), consigliere comunale, ma soprattutto presidente dell’amministrazione per gli usi civici di Arischia (Asbuc), che ha, per statuto, il compito di tutelare boschi e pascoli. Anche lui da ore è in “trincea” e cerca di dare una mano. «Serve», dice Serpetti, «anche da parte del Parco Gran Sasso-Monti della Laga, un cambio di prospettiva: bene difendere le specie animali, ma prima di tutto l’attenzione va posta al patrimonio boschivo. Sono anni che chiediamo come Asbuc di avere la possibilità di intervenire ripulendo il sottobosco, diradando, dove possibile e necessario, gli alberi, creare spazi frangifuoco che sono fondamentali perché limitano al massimo la distruzione. Purtroppo siamo inascoltati. Oggi siamo finiti in balìa di qualche criminale che, approfittando di siccità, caldo e vento, danneggia un patrimonio inestimabile. Sento parlare in questi ultimi tempi di fondi per una Europa green, cioè più verde. Spero che non siano solo parole. Noi come Asbuc siamo pronti a fare la nostra parte». Abramo Colageo conosce bene la storia della pineta. A fine Ottocento gli alberi erano pochi. Ci furono poi molti interventi di riforestazione. «Anche quando ero giovane, fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso», dice Colageo, «non c’erano gli alberi che ci sono adesso anche perché sia la legna che il sottobosco erano combustibile prezioso. Le pigne venivano raccolte in grossi sacchi e usate per accendere il fuoco nei camini. Queste esigenze non ci sono più, però il bosco è stato abbandonato a se stesso e questo porta anche a quello che stiamo vedendo oggi». Infine, una curiosità: nella zona dov’è scoppiato l’incendio fu girata una scena del film “Il ritorno di don Camillo”. (g.p.)

