Aggressore affetto da problemi psichici

Aman Kedir era stato accolto nel progetto Sprar come rifugiato politico nel 2017, poi aveva anche trovato lavoro
L’AQUILA. Girava per la città senza una fissa dimora, Aman Kedir, il giovane eritreo di 28 anni, arrestato lunedì mattina dai carabinieri del Nucleo radiomobile e della stazione dell’Aquila, con l’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di una coetanea, nella notte tra sabato e domenica scorsa, nei pressi della piscina comunale, in viale Ovidio.
Fino a giugno la sua residenza era nella casa di accoglienza gestita dall’Arci, in via della Conduttura II, all’Aquila. Poi è andato via, perché aveva trovato un lavoro in provincia, dopo avere frequentato con profitto un percorso di formazione fatto di corsi di laboratorio teatrale, volontariato e di lingua italiana. Un ragazzo modello, ma affetto da disturbi psichici che spesso lo costringevano a fare ricorso alle cure mediche.
Aman Kedir, che si trova nel carcere Le Costarelle di Preturo, era arrivato in città nel 2017 con il progetto di accoglienza Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale, sotto l’egida del ministero dell’Interno), gestito dal Comune dell’Aquila. Ma ben presto si era reso irreperibile e quindi era stato cancellato dal programma, per ripresentarsi ai primi del 2018, quando è entrato a far parte della casa di accoglienza dell’Arci.
«Premetto che per prima cosa abbiamo dato personalmente la nostra solidarietà alla ragazza vittima del tentativo di violenza. Sì, il giovane lo abbiamo avuto con noi fino a maggio-giugno, poi è uscito dal progetto perché ha trovato un lavoro fuori città, in provincia», spiega Andrea Salomone, coordinatore del progetto Sprar per l’Arci. «In seguito ho saputo che aveva avuto problemi di salute». Quando si è ripreso, non avendo una dimora e neppure più un lavoro, è stato accolto, per qualche giorno, prima del tentativo di stupro, da un altro centro, quello Celestiniano, che in perfetta buona fede, ha dato rifugio a un giovane senza tetto e senza lavoro, com’è nello spirito degli operatori dei volontari del centro.
«Abbiamo 36 persone che fanno parte del progetto Sprar, tra via della Conduttura II e Castel del Monte», aggiunge Andrea Salomone, «e devo dire che oltre il 40 per cento dei giovani che accogliamo riesce a ottenere una formazione che poi permette loro di trovare un lavoro. Qui, purtroppo, stiamo parlando di un giovane che ha dei disturbi e che probabilmente dovrebbe essere preso in considerazione dalla posizione centrale, che dovrebbe fare di più. Abbiamo fatto anche una richiesta ufficiale, quando era da noi, per trasferirlo in un centro specializzato, perché non abbiamo le strutture per questo genere di accoglienza, se non per quella ordinaria. In Italia, però, questi centri attrezzati sono pochissimi».
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