Alessandra Vittorini: «Ecco le priorità»

3 Maggio 2015

Intervista alla dirigente della Soprintendenza unica per i Comuni del cratere. Le soluzioni per il Duomo e Porta Barete

L’AQUILA. Nominata da qualche settimana al vertice della nuova Soprintendenza unica Archeologia, belle arti e paesaggio per la città dell’Aquila e i comuni del cratere, Alessandra Vittorini dovrà ora affrontare alcune delle questioni più complesse della ricostruzione post-sisma: da porta Barete al Duomo, per arrivare ai centri storici dei piccoli comuni. Terminata la riorganizzazione degli uffici bisognerà ora recuperare il tempo perduto.

Quali sono le priorità che intende affrontare ?

«Le priorità non cambiano. Sono le stesse alle quali ha fatto riferimento il lavoro svolto negli anni passati dagli uffici del Ministero responsabili della ricostruzione del patrimonio culturale, dei quali oggi mi trovo ad ereditare compiti e obiettivi. Dare continuità all’esame e all’approvazione dei progetti di restauro dei beni culturali privati, così come è stato fatto finora, in stretta collaborazione con i Comuni e gli uffici speciali. Integrare le competenze trasversali dei settori architettonico, paesaggistico, storico-artistico e archeologico nelle azioni legate alla ricostruzione post sisma all’Aquila e nel cratere. E, soprattutto, attivare tutti i passaggi necessari per il coinvolgimento operativo della nuova Soprintendenza nel vasto programma di interventi sui beni culturali pubblici, affiancando il Segretariato regionale nello svolgimento delle procedure in corso, verso la transizione al nuovo assetto. Credo che la continuità sia uno dei principali valori cui fare riferimento in questo percorso così complesso, che chiama alle proprie responsabilità la politica, le istituzioni, i professionisti, gli operatori, il mondo delle imprese e i cittadini. E confermo il mio impegno perché tutte le strutture e le persone che negli uffici del ministero hanno lavorato finora al recupero del prezioso patrimonio culturale abruzzese danneggiato dal sisma possano proseguire senza interruzioni, senza penalizzazioni e senza intralci nel loro impegno al servizio della ricostruzione».

Qual è il destino del sito archeologico di porta Barete e quale quello del civico 207 di via Roma, che aveva le proprie fondamenta sull'area?

«Come è noto negli ultimi due anni si è sviluppata una crescente attenzione sul sistema delle mura trecentesche cittadine, piuttosto integro nel suo sviluppo di circa 5 chilometri. Un’attenzione focalizzata sulla possibilità di un pieno recupero dell’antica porta Barete e della sua area antemurale, mortificate e occultate dai diversi interventi attuati nelle immediate adiacenze. Dopo l’interramento di quel tratto di mura nel 1820, dell’esistenza della porta si è persa memoria e consapevolezza, tanto che negli ultimi decenni del Novecento in quell’area sono stati autorizzati e realizzati interventi di profonda trasformazione dei luoghi, nella totale indifferenza di quell’importante contesto storico. Il decreto emanato nell’ottobre 2014 dal direttore regionale per il riconoscimento dell’interesse culturale di parte della cinta muraria, che dettava anche prescrizioni e distacchi nelle aree interne ed esterne, è stato sospeso dal Tar che ha accolto il ricorso del condominio di via Roma 207. Pertanto la Soprintendenza unica per L’Aquila e il cratere, in virtù dei compiti assegnati con la recente riforma del Ministero, in ragione del riconosciuto interesse pubblico sotteso a quel decreto e in attuazione di quanto deliberato dalla Commissione regionale per il patrimonio culturale, ha riavviato la procedura per il ripristino delle condizioni di tutela venute meno in quell’area con la sospensione. Il procedimento sarà concluso, secondo la normativa vigente, dalla stessa Commissione regionale. La questione pone, ovviamente, alle pubbliche amministrazioni, l’impegno di contemperare le istanze della tutela (compito degli uffici del Ministero) con la necessità di risolvere le legittime aspettative dei residenti di riavere la propria abitazione, tema che attiene strettamente alle competenze urbanistiche comunali. Per questo si auspica che il Comune possa perseguire ogni possibile azione volta a supportare la tutela e a concludere celermente il percorso di pianificazione e concertazione attivato con i residenti di Santa Croce -porta Barete per diradare i volumi e “liberare” l’area oggetto dei ritrovamenti, come più volte annunciato sulla stampa. Il felice esito di questa azione potrà essere un segnale di buona gestione della ricostruzione, con un approccio capace di misurarsi con soluzioni migliorative e adeguate alle nuove sensibilità diffuse e di rispondere alle esigenze di integrare gli interessi pubblici e le esigenze private».

Un altro grande assente, in centro storico, è il Duomo. Quando partiranno i lavori nella chiesa della piazza centrale della città?

«I finanziamenti inizialmente previsti nella delibera Cipe del 2012 per il Duomo mi risultano essere stati rimodulati dalla Direzione regionale lo scorso anno, a seguito di contatti con la proprietà. Immagino che la questione sarà oggetto di valutazione nelle sedi ministeriali preposte alla programmazione economica dei fondi pubblici e mi auguro che si trovi al più presto una soluzione operativa in grado di porre fine all’attesa, avviando le procedure necessarie al pieno recupero di una delle chiese simbolo della città e gravemente danneggiata dal sisma. Nel frattempo sta andando avanti il percorso legato alla ricostruzione dell’aggregato Sant’Emidio, al quale appartiene anche il Duomo: dopo le integrazioni progettuali – richieste nel marzo 2013 e presentate solo poche settimane fa – la Soprintendenza è ora in grado di effettuare l’istruttoria e l’esame del progetto complessivo di ricostruzione e restauro che comprende edifici privati e una consistente parte di immobili pubblici, tra cui l’arcivescovado e la cattedrale».

Negli ultimi anni si è assistito all'interno della governance dei Beni culturali abruzzesi a un balletto di responsabili, a partire dai direttori regionali. Questo, a suo avviso, ha creato danni alla ricostruzione della città?

«Dopo l’ufficiale chiusura della fase emergenziale nel 2012 e il passaggio di consegne dalla struttura commissariale alla Direzione regionale, gli interventi di restauro sul patrimonio culturale pubblico hanno iniziato a seguire un percorso costante e strutturato, anche avvalendosi della programmazione Cipe 2013-2021, con l’avvio di numerosi interventi in città e nel cratere. Certamente il lungo periodo di vacatio del ruolo di direttore regionale determinatosi da aprile 2014 ha rallentato quel processo, così come è successo per l’Ufficio speciale della ricostruzione dell’Aquila che, rimasto vacante per alcuni mesi dal settembre successivo, ha di fatto comportato una temporanea sospensione delle procedure in atto, comprese quelle di competenza della Soprintendenza. Infatti, dopo il completamento della fase di esame e approvazione dei progetti dei beni culturali privati presentati fino al marzo 2013 – che ha messo in moto un processo di erogazione (e relativo tiraggio) di fondi pubblici per diverse centinaia di milioni di euro – con l’avvio di cantieri in oltre 120 aggregati, quasi tutti nel centro storico (circa i 2/3 del totale), l’iter dei progetti sui beni culturali redatti secondo la nuova procedura si è interrotto, riavviandosi solo nei primi mesi di quest’anno. Da febbraio 2015 stiamo lavorando in strettissima collaborazione con il Comune e l’Ufficio speciale per la celere ripresa dell’esame dei progetti residui: quelli presentati fino ad oggi riguardano circa 30 aggregati, alcuni dei quali già approvati».

La paura di molti aquilani è che possano non esserci i fondi necessari per recuperare i beni culturali di una delle città più ricche di monumenti in Italia. Esiste questo rischio?

«Come è noto, uno dei punti salienti del decreto legge sulla ricostruzione in corso di elaborazione riguarda proprio la programmazione economica, per la quale si prevede una struttura espressamente dedicata alla definizione del programma di interventi di recupero delle opere pubbliche e dei beni culturali e al relativo piano finanziario. Confido sul fatto che tale previsione mantenga alta l’attenzione sulle specificità culturali e storico-artistiche della città e del suo territorio e sulla necessità di disporre in tempi certi delle risorse necessarie per il suo pieno recupero. Ma credo che su questo occorrerà attendere gli esiti dei confronti in corso – ai quali confermo la piena disponibilità a collaborare da parte degli uffici del ministero abruzzesi – e l’emanazione del testo definitivo. Il cratere conta moltissimi comuni e frazioni, oltre all’Aquila».

Agli abitanti di queste realtà sembra di essere figli di un “dio minore”: meno fondi, meno cantieri, meno interesse mediatico. Quali saranno i prossimi interventi sulle frazioni?

«La storia dell’Aquila e del suo territorio ha strutturato nei secoli un sistema insediativo ricco, articolato e complesso, risultato di un rapporto strettissimo tra città e contado, tra centro storico principale e centri minori, oggi distribuiti tra le frazioni del capoluogo e i circostanti comuni del cratere. È una rete di luoghi, paesaggi, monumenti, tessuti minori, architetture di pregio e spazi pubblici che, nel suo insieme, compone un affascinante “unicum”, sintesi di storia, architetture e paesaggio. In quei contesti la ricostruzione – e il relativo flusso di pratiche e progetti, compresi quelli per gli edifici di interesse culturale – segue i programmi e le previsioni di legge, con la corrispondente erogazione dei flussi finanziari. I Comuni del cratere, coordinati dall'Ufficio speciale, hanno da tempo avviato (e in gran parte concluso) l’iter dei piani di ricostruzione, la cui approvazione è condizione necessaria per l’erogazione dei fondi. Nelle numerose frazioni del capoluogo la ricostruzione sta procedendo secondo le priorità dettate dal Comune e in relazione alla disponibilità delle risorse economiche stanziate. La Soprintendenza ha autorizzato la quasi totalità dei progetti presentati fino ad oggi e seguirà con molta attenzione il procedere delle attività di competenza nei centri grandi e piccoli, la cui ricostruzione non può, e non deve, restare indietro».

In una città duramente colpita dal terremoto cosa significa recuperare il patrimonio storico-artistico? Quale è il suo valore sociale?

«Il terremoto, le sue tragiche ferite e la lunga attesa di questi sei anni hanno alimentato un crescente bisogno di riappropriazione della città in tutti gli abitanti oggi “delocalizzati” in insediamenti temporanei e sistemazioni provvisorie. Ogni iniziativa culturale, ogni completamento di restauri, ogni evento pubblico diventano l’occasione per ritornare nei luoghi e negli spazi collettivi della città, alla ricerca di un senso di comunità da tempo smarrito ma di cui si continua a sentire un gran bisogno. In questo scenario il patrimonio culturale rappresenta solo una parte limitata e non sarà certamente in grado di fornire tutte le risposte alle tante domande, ai tanti problemi che questa città pone ogni giorno. Ma rappresenta certamente la sintesi dei valori comuni e identitari: le chiese, le piazze, i palazzi, i monumenti, le scoperte (o riscoperte) legate ai restauri sono gli elementi di una nuova consapevolezza del valore culturale della città e del territorio, “bene comune” per eccellenza. Ed è per questo che tutti noi, che operiamo nel restauro di quel patrimonio, ci sentiamo quotidianamente chiamati a svolgere un compito delicato, importante e cruciale, un carico di responsabilità che ci impegna – pubblicamente, professionalmente e civilmente – nel difficile lavoro di ogni giorno, che non può procedere senza un’ampia condivisione di obiettivi e intenti con tutti i soggetti coinvolti. Un impegno che affonda il suo sguardo e i suoi strumenti nella storia e nel passato, ma che è pienamente consapevole di ricostruire legami, radici e identità capaci di dare un senso profondo anche al futuro. Dei luoghi, delle persone, delle comunità».

Michela Corridore

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