ALLEGRIA NELLA CITTÀ CHE RIPARTE

ENRICO NARDECCHIA. Allegria/ come un lampo di vita/ allegria/ come un pazzo gridar/ allegria. «Cirque du soleil» canta così. Ma si può essere allegri all’Aquila? Gli alpini promettono di sì. Loro lo...
ENRICO NARDECCHIA. Allegria/ come un lampo di vita/ allegria/ come un pazzo gridar/ allegria. «Cirque du soleil» canta così. Ma si può essere allegri all’Aquila? Gli alpini promettono di sì. Loro lo saranno, questo è sicuro. E chiedono di esserlo, allegri, anche a chi, magari, da sei anni a questa parte, di motivi per starsene allegro ne ha ben pochi. Se non per niente. A leggere i loro sguardi, a veder piangere lacrime di gioia al presidente degli alpini abruzzesi Giovanni Natale, ma soprattutto a scorrere gli annunci lasciati da chi si dà appuntamento all’Aquila, con tanto di foto ingiallite del 1962 ad Aosta oppure di Feltre 1960 (mulo d’ordinanza compreso), par di capire che, sì, quelli saranno giorni di lacrime e di gioia.
La gioia del ritorno, visto che L’Aquila non è realtà nuova per tanti. La gioia della gratitudine, per chi ha ricevuto una mano nel momento più brutto e ora è pronto a restituirla, se non altro per stringerla forte. La gioia di poter vedere, sia pure per tre giorni – ma chissà quando ricapiterà più – la città piena di gente a calpestare le piazze e le strade che Quella Notte furono vie di fuga per alcuni, e ultima tappa per altri.
Il ricordo, la ricostruzione, il dovere. Così recita il motto dell’adunata strappata dall’Aquila – per la prima volta nella storia – all’agguerrita concorrenza del Nord che, di solito, fa la parte del leone. Il ricordo, che da queste parti si preferisce chiamare memoria, va subito alle 309 vittime, agli oltre 1500 feriti, ai sopravvissuti. E non ha bisogno di dissertazioni. Vive di momenti personali anche se, a volte, diventa collettivo. Così pesa di meno. La ricostruzione è un libro ancora tutto da scrivere, per certi versi proprio come il futuro di una città che è ripartita, è vero, ma non sa come sarà il suo domani. Ultimo, ma non ultimo, il dovere. Quello delle divise pulite. Quel motore per il quale, dice Sebastiano Favero, presidente Ana, «il dare è più gratificante del ricevere. E il dovere viene prima dei diritti. Se noi tutti capissimo questo...forse anche l’Italia sarebbe un po’ migliore». Come un assalto di gioia/allegria.
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