Archeologia ad alta quota alla scoperta di Sant’Egidio

28 Febbraio 2018

Viaggio con il responsabile del gruppo di studiosi impegnati nel progetto «Abbiamo aperto una finestra sulla pastorizia transumante nel Medioevo»

L’AQUILA. L’Aquila nascosta. Sotto i nostri piedi c’è un modo nascosto, conosciuto solo in parte e da pochi: è il caso del sito archeologico nella zona intorno ai ruderi della chiesa di Sant’Egidio. A metà agosto 2015 sono partite le operazioni di pulizia e ripristino della zona circostante la chiesetta situata a 1680 metri, sulle pendici del monte di San Gregorio, risalente al XII secolo.
Si tratta di una chiesa che, oltre all’ambiente cultuale, presenta anche altri spazi la cui destinazione d’uso deve ancora essere chiarita. Ci siamo chiesti cosa avesse spinto Alessio Rotellini, capo degli archeologi che si sono occupati degli scavi, e la sua squadra ad avviare dei lavori in un posto dove, agli occhi meno esperti, non c’era altro che “un mucchio di pietre ricoperte da erbacce”.
«Riguardo all’allevamento transumante, Campo Imperatore rappresenta il centro di quest’attività. L’indagine archeologica della chiesa di Sant’Egidio avrebbe permesso di aprire una finestra sulla pastorizia transumante nel Medioevo», ha spiegato Rotellini. Nell’intervista rilasciata il 13 agosto 2015, l’archeologa Rosanna Tuteri ha dichiarato che lo scopo principale dello scavo era quello di individuare la data esatta di costruzione e la pianta originale della chiesa. La nostra domanda è stata se, a distanza di tre anni, fossero riusciti nel loro intento e se, soprattutto, fosse valsa la pena di intraprendere questo lavoro pluriennale.
«Gli obiettivi prefissati sono stati in parte ottenuti. Ma, come accade sempre, i risultati raggiunti suscitano nuove e più complesse domande. Ne è valsa certamente la pena, dati gli ottimi risultati e grazie alla Soprintendenza unica del cratere, all’amministrazione separata Paganica-San Gregorio e alla Fondazione Carispaq», ha risposto Rotellini.
Le scoperte fatte durante questi scavi non sono ancora state rese pubbliche dall’Istituto nazionale di Archeologia e Storia dell’arte perché, purtroppo, lo studio dei materiali rinvenuti è ancora in corso e quando sarà terminato sarà oggetto di pubblicazione. L’archeologo ha detto che l’area si è presentata più estesa di quanto immaginavano. Pertanto non si può ritenere esaurito il lavoro d’indagine. «Al momento sarebbe auspicabile proseguire i lavori, visti i risultati ottenuti, ed estenderli in altri siti vicini per avere dei confronti», ha concluso Rotellini.
Gabriele Profeta
Giorgia Totani
Maria Zappavigna
Vittoria Ticci
©RIPRODUZIONE RISERVATA.