Avezzano. Don Antonio Allegritti: «Io, prete tra i ragazzi Così il mio volto in tv per aiutare la Chiesa»

Il sacerdote e quegli spot nazionali dell’8 X Mille:
«Ho voluto spiegare che offriamo ascolto, senza giudicare»
AVEZZANO
Il suo volto è sui manifesti lungo le strade di Roma e Milano, su tutti i giornali e i siti d’informazione. E con una certa frequenza appare anche in televisione. Don Antonio Allegritti, 37 anni, sacerdote da undici anni, avezzanese e terzo di tre figli, è stato scelto come testimonial dell’8 X Mille alla Chiesa cattolica.
Don Allegritti, come nasce questa collaborazione?
«Nulla di particolare. Sono stato contattato dall’Ufficio per il sostentamento del clero che si occupa della promozione dell’8 X Mille e mi hanno chiesto se potevano venire perché volevano raccontare la storia di un sacerdote giovane tra i giovani».
E lei?
«Ho subito accettato, perché sinceramente mi è sembrata subito un’ottima opportunità per le nostre realtà parrocchiali e per il nostro territorio».
E come le è stato presentato lo spot?
«La logica di fondo non è pubblicitaria, ma comunicativa: l’obiettivo è raccontare un’esperienza reale. Per questo motivo non vengono ingaggiati attori, ma si preferisce dare spazio a storie vere».
Come la sua?
«Sì. Ma ho accettato l’invito perché al centro del messaggio non deve esserci la figura di Antonio Allegritti, ma l’esperienza quotidiana di un sacerdote, simile a quella di tanti altri. Poi ho coinvolto i nostri giovani parrocchiani».
Quale aspetto del suo impegno quotidiano ha voluto mettere maggiormente in evidenza?
«Sicuramente il mio rapporto con i miei ragazzi. Ci sono vari tratti dell’attività quotidiana nelle mie parrocchie di San Michele Arcangelo a San Pelino e di San Giuseppe Artigiano a Caruscino ad Avezzano che sono diventati protagonisti nei diversi spot della campagna, in particolare quello dedicato all’ascolto. Ho voluto spiegare che la Chiesa ti offre l’ascolto, senza giudicare».
Una cosa bellissima. Ha provato imbarazzo sotto i riflettori?
«Un po’ sì, sono una persona timida. Esiste tuttavia un principio della Chiesa che dice: non bisogna chiedere e non bisogna rifiutare. Di conseguenza, ho vissuto questa opportunità unicamente come un servizio. Ora mi chiamano gli amici e mi dicono: ti ho visto a Roma, eri su un manifesto gigante».
Quando ha deciso di entrare in seminario?
«Desideravo fare il sacerdote fin da bambino, ma a 18 anni, dopo la maturità, ho deciso di compiere il passo definitivo e di mettermi in gioco».
La sua famiglia le è stata di sostegno?
«Non proprio (ride, ndc). Inizialmente mi sono scontrato con mio padre Gino, convinto uomo di sinistra e non credente. Sebbene mi abbia sempre lasciato libero, percepivo la sua influenza e sapevo che non sarebbe stato felice della mia scelta. E questo, all’inizio, mi ha un po’ ostacolato, ma non mi sono fermato. Non provenivo da un ambiente cattolico, i miei fratelli avevano già iniziato il loro percorso di studi e lavorativo. Nonostante tutto, e nonostante papà, alla fine ho deciso di seguire la mia strada».
C’è stata una figura determinante in questo percorso?
«Sicuramente mia nonna Angelina, la mamma di mia madre. Era un’insegnante e viveva con noi. Per me è stata una vera maestra di fede, la figura che più di tutti mi ha avvicinato a questo mondo e che si è rivelata determinante per la mia scelta. Anche mia madre mi è stata molto vicino, ma in modo diverso».
Quando è diventato sacerdote cosa è successo? Anche con suo padre?
«È cambiato tutto. Nel momento in cui sono diventato prete, la mia famiglia ha superato ogni riserva, ha condiviso la mia felicità e mi è stata profondamente vicina. Ora mio padre viene tutti i giorni a messa. La sua è una fede discreta, e questo lo apprezzo molto».
Nei momenti difficili del suo sacerdozio che cosa l’ha aiutata di più?
«Il sostegno della mia comunità dalla quale mi sento veramente molto benvoluto. E poi un’immagine particolare che è nella chiesa a San Pelino. Abbiamo un bellissimo crocifisso e nei momenti di difficoltà l’ho guardato intensamente e non mi sono sentito solo».
Dove sta andando la Chiesa cattolica?
«La Chiesa si incarna nella società e inevitabilmente ne avverte le difficoltà e la crisi. In questo contesto, l’istituzione può offrire risorse preziose come l’incontro, la fraternità e il senso di comunità, legami che oggi scarseggiano. La Chiesa conserva una forte funzione profetica: ricorda al mondo ciò che il mondo stesso tende a dimenticare, dalle solitudini ai drammi della guerra, offrendo una voce autorevole».
Ma i numeri sono impietosi, con chiese sempre più vuote?
«È un dato di fatto che i numeri dei fedeli siano in calo, ma chi è presente oggi lo fa con profonda convinzione. La Chiesa mostra una logica in cui il perdono precede la conversione: è l’accoglienza che apre la strada al cambiamento di vita».
Lei è responsabile regionale di Pastorale giovanile, qual è il vostro percorso?
«Coordino la Pastorale giovanile per le undici diocesi di Abruzzo e Molise, un cammino che vede tanti giovani impegnati sul territorio. Questo ruolo è importantissimo, soprattutto nelle aree interne, dove la Pastorale e la Chiesa rappresentano una fonte di vita e un vero e proprio baluardo per le comunità. Organizziamo eventi capaci di parlare il linguaggio dei ragazzi, con l'obiettivo di mettere radici profonde nel loro cuore. Il prossimo anno andremo a Seul per la Giornata mondiale della Gioventù. In questo percorso avvertiamo e confidiamo molto nella grande vicinanza e premura dei nostri vescovi».
Riscontra delle necessità particolari nel suo servizio ai più fragili?
«La mancanza di ascolto. Oggi le persone, non solo i giovani, sono troppo spesso sole. L'ascolto è una prima necessità, portare fuori le persone dall’individualismo e dalle solitudini, generare comunità. La parrocchia può essere un luogo che mette insieme le persone e ti dà la possibilità di essere ascoltato. Senza giudicarti».
Ci sono difficoltà che i giovani le confidano?
«La negatività che aleggia su di loro. Bisogna cambiare la narrazione. Non può essere sempre negativa nei loro confronti. Si deve iniziare a guardare i giovani con uno sguardo di speranza. Il mondo di oggi è molto difficile, ma se impariamo a guardare al futuro, proprio come fanno loro, con speranza, impareremo a vedere il domani in modo meno nero. I giovani devono apprendere dagli adulti, non solo dagli influencer, e noi dobbiamo lavorare per questo».
Cosa ha lasciato alla sua comunità l’esperienza dello spot per l’8 X Mille?
«Sono stato molto contento di questa attività perché sono stati coinvolti tanti ragazzi. Penso sia stata per loro un’esperienza significativa che rimarrà nei loro cuori. Partecipare a uno spot, vedere le telecamere, la troupe che ti riprende, un’esperienza che non capita tutti i giorni. Mi ha fatto veramente tanto piacere per loro. E poi, ecco, un’altra cosa per cui sono contento è che un po’ in tutta Italia vedranno la nostra bella chiesa di San Michele Arcangelo e il nostro amato borgo di San Pelino».
E lei invece che cosa si aspetta da questa campagna pubblicitaria?
«Che le persone acquisiscano una maggiore consapevolezza del grande bene che opera la Chiesa. È fondamentale avere a cuore questa realtà e sostenerla, e non parlo solo del punto di vista economico. Garantisco io, con il mio volto».
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