Bar aperti a mezzanotte per protesta

Gestori e titolari degli esercizi pubblici contro la chiusura alle 20 disposta da Marsilio: «Così ci mettono in ginocchio»
SULMONA. A mezzanotte e un minuto è scattata l’ora della rivolta dei baristi che hanno deciso di opporsi all’ordinanza del presidente della Regione Marco Marsilio che impone la chiusura alle 20 di esercizi commerciali, bar e locali. Così giovedì sera – dopo il primo giorno di totale incertezza e reazioni frastornate da un’ordinanza retroattiva resa nota alle 21, un’ora dopo dell’orario di chiusura imposto – è scattata la protesta. Tra l’imbarazzo delle forze dell’ordine chiamate a far rispettare il provvedimento poco chiaro, che nemmeno le Faq (le risposte alle domande frequenti) di giovedì sera sono riuscite a chiarire. Quel che è chiaro, per ora, è la mancanza di notizie sul rimborso dei mancati introiti per la chiusura anticipata. Per questo Antonio Cinque dell’associazione Sulmona fa centro, non le manda a dire e incalza: «Caro Marsilio, così come decidi di chiudere le attività, adesso cacci pure i soldi per mantenere i titolari e i dipendenti di questi esercizi commerciali». Per questo alcuni di loro hanno deciso di aprire alle 24.01 come Alessandro Candido del bar Medievale di piazza Garibaldi e Pierluigi D’Agostino del bar Centrale su corso Ovidio. «Il 90 per cento dei contagi verificatisi provengono da feste private, distretto sanitario e altre situazioni», dice Candido. «Non ci sono stati casi tracciati in locali; ci state uccidendo e mettendo in ginocchio senza un motivo. Ci sarà un riversamento di avventori nei paesi limitrofi. Per questo invito i miei colleghi a restare aperti anche domani e a non chiudere alle 20 perché non si può sottostare a regole dittatoriali e immotivate». Ha condiviso l’apertura per protesta anche D’Agostino. «È un’ordinanza senza senso, che non mira a frenare i contagi, ma provoca solo uno spostamento altrove», fa notare. «Peraltro nei bar e in altri esercizi pubblici non si sono registrati casi Covid». Ci tiene a far sapere alla sua clientela che lui sarà aperto come sempre Attilio Leombruni di Carne rossa, ristorante in via Carrese. «Sarò aperto perché noi garantiremo le distanze richieste e rispetteremo il protocollo Covid come abbiamo fatto finora perché la mia attività si chiama ristorante e non eccetera», ironizza. «Chi fa provvedimenti del genere dovrebbe usare più attenzione», dice Massimiliano Secchi di Max Pub alla Circonvallazione Orientale. «Quindi andremo tutti a Pratola dopo le 20?», domanda con ironia Alessandro Di Prata dal bar sulla Circonvallazione. Intanto, ieri il sindaco di Sulmona Annamaria Casini, col suo vice Marina Bianco e l’assessore Salvatore Zavarella, ha incontrato in aula consiliare una delegazione di operatori del settore turismo, commercio, ristorazione e bar che hanno rappresentato con molta preoccupazione i primi effetti nefasti dell’ordinanza sull’economia. «La tutela della salute pubblica è prioritaria su tutto, ma è stato fatto presente il rischio di una pesante penalizzazione di alcune categorie senza un potenziamento e la velocizzazione dello screening sanitario per isolare e spegnere rapidamente i focolai presenti, tutti individuati e tracciati», ribadisce Casini.
«Abbiamo chiesto al Comune che si faccia dare da Asl e Regione i numeri veri sul contagio, quelli cioè dati dal rapporto tra i tamponi fatti e le persone risultate positive», interviene Franco Ruggieri della Cna e titolare del Bar Europa, «anche perché sarebbe da approfondire questo calo improvviso di positivi sulla costa». «A Sulmona ci sono aziende che fanno parte della grande distribuzione organizzata, l’ordinanza riguarda anche tali settori?», domanda Luigi Antonetti, segretario provinciale della Filcams. «Riteniamo tali misure restrittive negative, visto che sono rivolte a soli tre comuni, a maggior ragione se gli stessi hanno già un’alta percentuale di casi positivi, ciò significa rendere vulnerabili tutti gli altri paesi limitrofi». Anche associazioni di categoria e sindacati si scagliano contro l’ordinanza chiedendone la revoca o quantomeno lo stop a un’eventuale proroga. Per questo Pietro Leonarduzzi e Angelo Pellegrino chiedono di «rafforzare la rete dello screening sanitario senza accanirsi su una categoria già in crisi».
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