Barone: «I bambini muoiono di fame, serve l’aiuto di tutti»

Il prof universitario è in Congo, dove ha portato alimenti e farmaci: «La guerra uccide, la solidarietà può aiutare questo popolo»
L'AQUILA. Sessantaquattro. Un numero impressionante che misura e pesa la parola solidarietà. Tante sono le missioni del professor Francesco Barone in Africa. In questi giorni il docente universitario dell’Aquila è a Goma, nella Repubblica democratica del Congo, per aiutare una popolazione stremata da fame, miseria e guerra. Ogni volta che atterra in Africa arriva a mani piene con vettovaglie, medicinali, indumenti. Ogni volta che riparte le sue mani sono vuote, ma gli resta impresso nella mente l’affetto dei tanti bambini, delle loro famiglie che si aggrappano alla speranza di un suo ritorno in Africa. Il sentimento di frustrazione che lo attanaglia rispetto a una tragedia senza senso è lenito dalla speranza di poter regalare almeno il sogno di una vita normale a chi oggi la normalità non sa neanche cosa sia.
«Per strada non si sentono più i colpi e le raffiche di mitra, come sentivo un anno fa», sottolinea il professor Barone, «ma vedo e sento gli effetti di un conflitto che ha causato diverse migliaia di vittime innocenti. Le guerre sono tutte sbagliate e lo è anche questo conflitto, purtroppo dimenticato, perché distrugge le vite e soffoca le speranze. In questo caso le ragioni sono riconducibili all'accaparramento di materie rare». L’Africa fa gola a molti e ciò che serve all’innovazione tecnologica – le materie rare sono considerate le “vitamine” dell'industria moderna grazie alle loro proprietà magnetiche e conduttive per la transizione digitale ed energetica – causa morti e carestie.
«Che mondo è questo?», si chiede il prof missionario. «È un mondo ingiusto perché esistono disparità immense nei livelli di vita e perché si resta muti nei confronti delle sofferenze di milioni di persone, soprattutto bambini. Viviamo in un mondo in cui siamo contemporaneamente autori e vittime della globalizzazione dell'indifferenza, un mondo nel quale c'è cibo per tutti e a causa della povertà molti non possono disporne. È vero, l’uomo non vive di solo pane, ma ha bisogno di pane per sopravvivere. Fa male vedere le bambine e i bambini malnutriti, sono ben visibili ai miei occhi che mi trovo a pochi centimetri da loro».
E non è solo una questione fisica. «Sto assistendo», aggiunge, «nuovamente ad una incessante provvisorietà e al cedimento psicologico da parte di chi piange o resta con lo sguardo fisso nel vuoto perché non sa come fare per dare sollievo ai propri figli. Ci si sente come su un'orbita di pianeta o come una zattera in piena tempesta. Ma poi, prevale sempre la forza di agire per dare speranza a chi vive in condizioni di estrema vulnerabilità».
«Per questo sono qui», conclude, «per continuare a consegnare tonnellate di alimenti e medicine. Per continuare a costruire scuole e favorire la scolarizzazione dei bambini poveri, per aiutare gli orfanotrofi, le donne vittime di violenze e i bambini di strada. Tutto ciò anche per merito dei numerosi sostenitori e volontari, ai quali rivolgo la mia gratitudine. È trascorso un altro Natale, la mia speranza è che non si spengano le luci e i riflettori su una parte di mondo a cui si sta togliendo il respiro. Il mio augurio è che si raggiunga un nuovo equilibrio, per porre fine una volta per tutte a questa realtà: a pochi le scorte, a troppi gli scarti».
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