Bearzi chiede di tornare a scuola ad appena sei mesi dalla grazia

7 Maggio 2018

Il preside fu condannato a 4 anni di reclusione in seguito al crollo del Convitto: morirono 3 ragazzi La parte civile insorge: «Noi contrari al provvedimento di clemenza, ma non siamo stati ascoltati»

L’AQUILA. Livio Bearzi, 61 anni, friulano, condannato a 4 anni di carcere per la morte di tre minorenni nel crollo del Convitto nazionale, e poi graziato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiesto di essere reintegrato a scuola. Ma, al momento, l’ufficio scolastico del Friuli, regione dove ora egli vive, non si è pronunciato in vista di un parere dell’Avvocatura dello Stato. La richiesta di Bearzi poggia sul fatto che le sanzioni sono state scontate per cui è un cittadino libero a tutti gli effetti.
La parte civile, ovvero l’avvocato Antonio Milo, che insieme al collega Stefano Rossi, tutela gli interessi della madre di una delle giovani vittime, la signora Lucia Catarinacci, di Trasacco, ha qualcosa da dire.
«Noi eravamo contrari alla concessione della grazia al preside», dice l’avvocato Milo, «ma, nonostante la prassi prevedesse la nostra audizione per dare un parere, non siamo stati mai convocati. Non è facile dire se la nostra mancata audizione possa inficiare in qualche modo l’esito di quel procedimento. Resta il fatto che torneremo a chiedere di essere ascoltati se non dal presidente almeno dalla sua segreteria».
«Lo Stato», commenta Milo, «si è comportato in modo discutibile andando incontro alle richieste di Bearzi, ma la famiglia del compianto giovane Luigi Cellini ancora non vede un solo euro di risarcimento a nove anni dal sisma. La controversia civile contro lo Stato va avanti a passo di lumaca visto che ci sono rinvii di udienza lontanissimi nel tempo».
La grazia a Bearzi fu concessa dopo una raffica di richieste partite dal mondo della scuola e dalla politica. La ragione della condanna sta nel fatto che, visto che le scosse si stavano facendo minacciose, il buon senso avrebbe dovuto indurre Bearzi a evacuare tutti gli studenti. Egli si giustificò, dicendo, tra le altre cose, di essere stato ingannato dalle dichiarazioni rassicuranti della vecchia commissione Grandi Rischi ma venne condannato in tutti i gradi di giudizio.
La Cassazione non fu tenera con lui. I supremi giudici, analizzando il suo comportamento, concordarono sul fatto che «manifestò una conclamata insensibilità, una grave negligenza e imprudenza, imponendo ai ragazzi di sopportare un rischio intollerabilmente elevato che si concretizzò nel breve volgere di poche ore. In un frangente come quello, nessuno, nemmeno gli esperti della Protezione Civile, potevano dare rassicurazioni che non si sarebbero verificati crolli. La situazione aveva assunto una tale drammatica evidenza in quella notte che veniva travolto qualunque parere fosse stato espresso in epoca anteriore a proposito della verifica di un sisma di rilevante portata». Il preside avrebbe dovuto fare una sola cosa: far uscire gli studenti da quella trappola.
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