Bindi: errori fatti in passato Così è arrivata la criminalità

La commissione Antimafia visita la città dopo l’inchiesta “Dirty job” «Subito le stesse norme della ricostruzione pubblica anche per quella privata»
L’AQUILA. Le infiltrazioni mafiose all’Aquila? Sono arrivate a causa di errori fatti nella prima fase del post-sisma e della ricostruzione. Mancanza di una banca dati di tutti coloro che hanno a che fare con la ricostruzione (operai, imprenditori e relativi progetti); vuoti normativi, regole non stringenti e non appropriate ai controlli sugli appalti privati; possibilità di trasferire gli incarichi.
La presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, arrivata nella città terremotata su sollecitazione e invito della senatrice del Pd, Stefania Pezzopane, individua, al termine di un’intensa giornata di lavoro e di audizioni in Prefettura, le cause dell’apertura in città di una breccia per le mafie. Una serie di errori che adesso devono essere colmati, «perché se è vero che ancora non si può parlare di “sistema L’Aquila”», ha detto la Bindi, «è anche vero che quello che abbiamo trovato c’è e non siamo in grado io dire se non c’è altro. Le indagini fatte riguardano una piccola parte. Ci sono centinaia di cantieri aperti, è necessario che si dia uno strumento per fare i controlli nell’accesso ai cantieri, compresi quelli della ricostruzione privata. Solo allora saremo in grado di dire se non c’è un “sistema L’Aquila”. Ora abbiamo trovato una traccia», ha aggiunto, «e va seguita».
Non edulcora la pillola la Bindi; dopo aver ascoltato il prefetto, Francesco Alecci, il questore, Vittorio Rizzi, i capi provinciali di Guardia di Finanza, Castrignanò, Carabinieri, Donnarumma, e Guardia Forestale, Savini, e al termine del tavolo pomeridiano con i magistrati del tribunale aquilano e delle istituzioni politiche, il quadro, per l’esponente Pd, è più che chiaro.
A cinque anni dal sisma e dopo l’inchiesta «Dirty job» che ha portato agli arresti, tre in carcere e quattro ai domiciliari, di sette imprenditori della ricostruzione privata, quella caratterizzata dall'assenza di bandi pubblici e con i lavori che possono essere affidati direttamente dai cittadini proprietari degli immobili, non si può più dire che L’Aquila sia esente dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. In quell’inchiesta, infatti, s’inserisce anche l'accusa di «contiguità con il clan dei Casalesi», per un giro d’affari stimato attorno ai 10 milioni e gli operai costretti a restituire la metà dello stipendio. Ed è questo l’aspetto più «drammatico e odioso» per la Bindi: che le mafie facciano leva sull’emergenza lavoro, non per guadagno, bensì «per mero esercizio di potere sui più deboli». C’è soltanto un modo per arginare l’onda della malavita: «Creare una banca dati, ossia un sistema informativo che permetta di monitorare progetti, lavoratori e imprese nel settore della ricostruzione privata; la conoscenza chiara di chi fa e di chi esegue i progetti; il divieto di trasferire incarichi e la necessità di adottare le stesse regole per il controllo della ricostruzione pubblica, anche in quella privata». Aspetti su cui «il governo sta già lavorando». Ma prima di congedarsi dalla città che ha visitato più di una volta nel post-sisma, la Bindi rassicura: «Le inchieste non bloccheranno l`arrivo dei finanziamenti per ricostruire le case. Un diritto di tutte le popolazioni terremotate».
Marianna Gianforte
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