Biondi: «Io, presidente della Regione? Dico sì, ma non è una malattia»

Il sindaco dell’Aquila si racconta: «Guidare il capoluogo è come alzare la Coppa del mondo, bisognerebbe togliere le incompatibilità». Questa sera l’intervista a “Otto interviste al tramonto”
L’AQUILA. È il sindaco dell'Aquila, presidente regionale dell'Anci, l'associazione dei Comuni, ed esponente di spicco di Fratelli d'Italia. Pierluigi Biondi, 51 anni, è il secondo ospite di "8 Interviste al tramonto", programma di Rete8 in onda questa sera alle ore 20.30 con la regia di Antonio D'Ottavio. Biondi è sinonimo di politica, fin da ragazzo: un passato da protagonista nella destra più destra e un presente ai vertici di FdI, amico di vecchia data del premier Giorgia Meloni quando tutti e due erano giovani di belle speranze e adesso un futuro ancora tutto da scrivere. Nel 2029 ci saranno le elezioni regionali: «Sì, lo farei il presidente della Regione».
Davanti a un tramonto lei si sente romantico?
«Sì, non romanticissimo. Insomma, ho pure messo un po' di scorza. Però sì, mi sento in pace quando arriva il tramonto».
E qual è la parte della giornata che ama di più?
«La mattina presto. Mi piace svegliarmi presto, soprattutto in questo periodo in cui è già giorno, c'è già la luce ed è ancora un po' fresco, anche se L'Aquila subisce comunque il caldo».
Presto, a che ora?
«Io mi sveglio fra le cinque e mezza e le sei, in genere. Leggo la rassegna stampa e i giornali, poi aspetto che si sveglino i figli e preparo la colazione insieme a mia moglie. Da lì inizia il tran tran della giornata: il cellulare, i messaggi e, quando si va a scuola, le cartelle, le merende, le resistenze di chi non si vuole vestire, di chi vuole vedere altri due minuti di televisione o dice: "No, ma io mi sento male, non mi portare a scuola". In questo periodo estivo è più agevole, perché con i centri estivi si è un po' più liberi di organizzare la giornata. La mattina mi piace particolarmente; quando posso vado a fare una passeggiata, una partita a tennis o a padel. Insomma, è un momento della giornata più silenzioso in cui si usano meno i social e meno il telefono».
Sindaco, il suo collega di Pescara, Carlo Masci – che è anche un alleato, visto che è di Forza Italia – dice che dorme sempre molto poco e che lavora in Comune o in giro per la città fino a 18 ore al giorno. Lei è un sindaco che lavora così tanto?
«Io lavoro molto. Adesso non saprei quantificare le ore, ma se ho degli impegni importanti mi capita di mandare messaggi ai miei dirigenti o alla giunta anche all'una o all'una e mezza di notte. Dipende. Talvolta non dormiamo; qualche volta capita di svegliarsi nel cuore della notte e non riuscire a riprendere sonno, allora il cervello si attiva subito. Certo è che chi fa questo lavoro non smette mai di fare il sindaco. Anche quando sei fermo o sei a cena – a me capita spesso mentre vado in macchina o passeggio – se mi accorgo di una cosa faccio subito una fotografia e la segnalo. Dico: "Qua c'è l'erba alta; qui c'è questo cartello da sistemare, qua vorremmo fare questa cosa". È come il giornalista».
Quindi un sindaco dorme poco?
«Un sindaco dorme poco, però devo dire che ultimamente io dormo meglio».
E cosa sogna?
«Questo è un problema, perché nei momenti di dormiveglia capita di fare dei sogni ossessivi, di quelli che si ripetono all'infinito, o legati all'ansia di dover fare delle cose che nel sogno non riesci a portare a termine, e quindi ti svegli con un po' di affanno».
Secondo lei perché fa questo sogno del fare, fare, fare? Vorrebbe fare di più?
«Sono uno che non si accontenta mai, bulimico nelle cose da fare. Ho sempre un mucchi di carte sotto mano, mi vengono idee, ho una personalità abbastanza tumultuosa. Facendo tante cose, sento la necessità di concentrarmi su più fronti contemporaneamente e voglio che tutto sia realizzato subito».
Si dice che lei sia un amico fidato di Giorgia Meloni. Com'era il vostro rapporto e com'è oggi?
«Io e Giorgia Meloni siamo amici così come lo siamo in tanti, semplicemente perché abbiamo condiviso un percorso di comunità politica e, di conseguenza, di fratellanza. Siamo quasi coetanei: io sono di dicembre 1974, lei di gennaio 1977, quindi ci passano due anni e poco più. Quando facevo politica a Roma frequentavamo gli stessi giri, ci vedevamo agli stessi appuntamenti politici, ai convegni, ai riti comunitari, alle manifestazioni. È nato così questo sentimento di affetto. Oggi, naturalmente, è un rapporto più maturo. Ci scriviamo lo stretto necessario: se vedo la mole di messaggi sul mio cellulare, immagino quello di Giorgia Meloni che, tra l'altro, ha molte più responsabilità di me. Devo dire però che talvolta, se passo per i canali dei collaboratori che le stanno a fianco, qualcuno mi dice: "No, questo lo devi dire direttamente a Giorgia". Allora le scrivo e lei si rivela incredibile: una volta mi ha risposto alle 2.20 di notte di un sabato. Questo significa che veramente non si ferma mai. Ha sempre un grande affetto nei confronti dell'Aquila, è sempre molto generosa e anche molto divertente. Spesso ha questa immagine di donna sempre sul pezzo, molto concentrata, e invece è capace di grandi allegrie, di grande ironia. Fa battute molto divertenti, abbastanza taglienti ma simpatiche».
Ho notato una cosa: quando lei arriva a una manifestazione politica del centrodestra, in molti la accolgono con una certa riverenza. Secondo lei, vedono in lei un tramite con Giorgia Meloni?
«No, non credo sia questo, e in fondo mi dispiacerebbe anche un po'. Credo in realtà di essermi guadagnato la mia reputazione e la mia affidabilità politica in questi ormai quasi 40 anni di attività. Pochi lo sanno, ma ho fatto il mio primo volantinaggio nell'elezione amministrativa del 1985 all'Aquila: avevo dieci anni e mezzo, fu una cosa estemporanea. Poi ho iniziato a fare il militante politico a 13 anni nel Fronte della Gioventù, era il 1987, poco prima del congresso di Sorrento del Movimento Sociale. Credo che questi 40 anni, di cui 20 ormai da sindaco, mi abbiano fatto guadagnare la reputazione di una persona che cerca di essere presente a se stessa, di esercitare il ruolo con onestà intellettuale e morale, e con determinazione. Sono a disposizione delle comunità che me lo chiedono. Ho un ottimo rapporto con i sindaci, con i parlamentari e con i ministri, ma ce l'avevo anche prima che ci fosse un governo di centrodestra. Ho conosciuto due Papi personalmente, ho avuto a che fare con molti Presidenti del Consiglio – all'Aquila abbiamo ospitato anche Mario Draghi – e ho sempre avuto buoni rapporti. Credo dipenda dalla postura che ho sempre cercato di tenere con gli altri: faccio quello che vorrei che gli altri facessero con me. Educazione, rispetto, regole chiare, messaggi univoci e concretezza».
Lei è il sindaco del capoluogo d'Abruzzo e anche il presidente dell'Anci regionale. Si sente potente?
«No, mi sento responsabilizzato. So che fare il sindaco dell'Aquila ti dà un profilo di forza, ma cerco di esercitarlo non per prevaricare o per interessi personali, bensì per fare del bene alla città. Ricordo in particolar modo quando dovevamo riaprire, come ogni anno, la partita per le necessità di fine anno dell'Aquila, quelle che vanno in legge di bilancio. Chiesi un appuntamento al ministero dell'Economia e delle Finanze ai primi di settembre, come faccio sempre. Nel frattempo c'erano state le elezioni – era il 2022 – e mi diedero l'appuntamento proprio il giorno in cui giurava il governo Meloni: arriva il sindaco dell'Aquila, del partito della presidente del Consiglio, del collegio in cui è stata eletta la Meloni... non si sapeva ancora bene cosa sarebbe accaduto, quindi erano tutti sulle spine. Devo dire che lì notai una certa condiscendenza rispetto alle richieste che avevamo formulato, e fu un bene perché ottenemmo molte cose per la città. Ricordo quando arrivò la bozza della legge di bilancio bollinata dalla Corte dei Conti: mi trovavo all'assemblea dell'Anci a Bergamo, era novembre, e compulsai freneticamente questo testo di 150-200 pagine. Lessi la rubrica "Misure per il sisma" e c'era esattamente tutto quello che avevamo chiesto, addirittura il raddoppio del contributo straordinario per il Comune dell'Aquila. Chiesi a chi me l'aveva mandata: non mi state a prendere in giro? L'avete costruita voi, è una fake news?. Poi ringraziai Fazzolari, girai il testo a Marsilio e lo condividemmo con i parlamentari abruzzesi. Dissi: questa è la strada giusta per fare qualcosa di buono. L'autorevolezza cerco di esercitarla sempre per il bene della città dell'Aquila e, di riflesso, anche dei Comuni abruzzesi».
Lo farebbe il presidente della Regione?
«Io farei tutto quello che mi venisse chiesto dalla mia comunità, dai territori e dalla mia comunità politica. Non mi nascondo dietro un dito: a me piace fare politica, è stata la passione della mia vita, la cosa che ho sempre fatto con costanza dall'adolescenza a oggi. Avevo i capelli lunghi e li ho tagliati, credevo in certe cose, ho modificato o corretto qualche idea, ma non ho mai tradito questa mia grande passione, pur senza farne la mia professione. In tempi di pace io ho un lavoro, sono un dipendente pubblico, quindi sono un privilegiato da questo punto di vista. Di conseguenza dico di sì, lo farei, perché mi piace vivere l'Abruzzo e la mia terra. Di contro, però, dico anche che non ne faccio una malattia. Nel momento in cui dovesse arrivare il giorno in cui si spegne l'interruttore dell'attività politica elettiva in prima persona, avrei comunque la serenità di sapere che la cosa più bella che mi potesse capitare mi è già capitata. Dico sempre che fare il sindaco della propria città è come giocare i mondiali con la fascia di capitano e vincerli. Poi puoi vincere la Champions, il campionato o un'altra sfida importante, ma alzare al cielo la coppa del mondo è il non plus ultra».
Proprio su questo, si dice anche che potrebbe essere approvata una norma che le permetterebbe di ricandidarsi a sindaco dell'Aquila per la terza volta. Lei una norma del genere la vorrebbe?
«L'ho letta. Io, in linea di principio, sono contrario al terzo mandato per i sindaci. Quando facevo il sindaco di Villa Sant'Angelo, a metà del mio mandato entrò in vigore la norma che consentiva il terzo mandato per i piccoli comuni. La mia giunta e la mia maggioranza in consiglio comunale vennero da me, insistettero e mi forzarono, ma io dissi: guardate, sono stato spremuto come un limone dall'esperienza di sindaco. In particolar modo, avevo fatto sei anni da sindaco del terremoto in una realtà devastata. Credo che se uno ha la prospettiva che ci sia sempre un altro mandato, e poi un altro ancora, finisce che le cose non le fa subito, le rimanda, va con un passo più lento, con meno ambizione e meno fame di conquistare i risultati. Penso che due mandati siano il tempo giusto per un sindaco per lavorare e raccogliere i frutti. Poi, però, rispetto chi dice: perché si può fare il consigliere regionale o il parlamentare per tutta la vita, o addirittura il presidente della Repubblica per più di un mandato (per quanto sia un'anomalia recente), e il sindaco no? Io la vedo così, ma non biasimo chi ha posizioni diverse. Mettiamola in modo scherzoso: se una legge mi consente di fare il sindaco dell'Aquila per tutta la vita, ci sto; se me lo devi far fare solamente per un singolo mandato in più e basta, allora no».
Quasi il re dell'Aquila.
«No, il re no. È solo che si tratta di una cosa talmente bella da cui poi è difficile staccarsi. Credo invece che dovremmo togliere tutta una serie di incompatibilità che non hanno ragione d'essere. C'è stato un periodo in cui vigeva l'assurdità che se facevi il sindaco dell'Aquila non potevi candidarti al Parlamento, ma se eri parlamentare potevi fare il sindaco dell'Aquila o di Pescara. C'è stato un tempo in cui Bassolino faceva il sindaco di Napoli e contemporaneamente il sottosegretario o il ministro del Lavoro; Enzo Bianco era sindaco di Catania e ministro dell'Interno. In Francia abbiamo casi di sindaci di Parigi diventati Presidenti del Consiglio o Presidenti della Repubblica – credo che Chirac abbia fatto il doppio ruolo. Io toglierei queste incompatibilità, per permettere a un sindaco di esercitare il suo ruolo senza precludersi la possibilità di misurarsi con scenari più importanti».
Facciamo un gioco. Tra i suoi oppositori le faccio soltanto due nomi: il consigliere regionale del Pd Pierpaolo Pietrucci e, in Comune, Stefania Pezzopane, sempre del Pd. Con chi dei due andrebbe a cena?
«Io ho buoni rapporti con entrambi. Pierpaolo è più vicino a me generazionalmente, abbiamo avuto molti più rapporti e più occasioni di incontro. Poi, se vai a cena con Pierpaolo, c'è sempre la possibilità di avere una compagnia gentile, garbata ed esteticamente piacevole... da guardare e non da toccare! Pierpaolo è l'amico a cui dici: perché non ne trovi una pure per me?, lui è in grado di farlo. Se vuoi venire pure tu, magari ne trova anche due! Però io sono sposato, quindi mi pongo solamente come cultore della materia, non come praticante».
Non le sembra una frase sessista questa che ha detto?
«No, ma no! Tra l'altro io sono cresciuto in una famiglia matriarcale dove le donne hanno sempre comandato: mia nonna, mia madre, le mie zie, mia moglie dentro casa e mia figlia Nina. L'Aquila ha il consiglio comunale più "rosa" della storia repubblicana del comune, e io ho un grandissimo rispetto per le donne. Le metto molto alla prova, nel senso che delego loro molto e le lascio libere di decidere, sia in giunta che in consiglio. Ho una segreteria quasi esclusivamente formata da donne e faccio parte di un partito che ha avuto il primo segretario giovanile donna, il primo leader donna e il primo Presidente del Consiglio donna. A destra, credo che Renata Polverini sia stata la prima leader sindacale donna della storia di un sindacato maggiore in Italia. Quello che dicevo era solamente un modo scherzoso di fare battute nei confronti di Pierpaolo, perché ha questa fama di essere un "bello e tenebroso"».
Per L'Aquila cosa vorrebbe?
«Che proseguisse il percorso che ha intrapreso. Oggi L'Aquila è una città viva, pur nelle mille difficoltà; una città che non si è mai arresa, non si è mai fermata e si è guadagnata sul campo tutto quello che ha ottenuto. Talvolta sento dire: eh, ma con tutti i soldi che avete avuto.... E io rispondo: vogliamo fare a cambio? Vuoi passare sette mesi dentro una tenda? Vuoi vivere dieci anni dentro una casa che non è la tua? Vuoi piangere familiari e amici persi, o vedere la tua vita disintegrata in trenta secondi?. I soldi sono solo una parte accessoria. La rinascita dell'Aquila l'abbiamo costruita con battaglie, azioni forti, grandi idee, programmi e strategie. Abbiamo fatto errori, certo, ma abbiamo costruito anche un modello. Vorrei che L'Aquila fosse ricordata per quello che è riuscita a fare e per come si è saputa ripensare dopo il terremoto».
Un desiderio personale ce l'ha?
«Imparare a suonare bene. Togliermi lo sfizio di mettermi alla chitarra e al pianoforte sul serio, e non solo strimpellarli come faccio oggi».
Tra 10 anni dove si vede?
«Tra 10 anni avrò 62 anni e non sarò ancora andato in pensione. Spero di impegnarmi ancora per gli altri nella politica; in caso contrario, mi troveranno in ufficio al Comune di Ocre. Non mi affanno alla ricerca di quello che sarà. Sono determinato e cerco di conquistarmi il futuro, ma se qualcosa non dovesse arrivare, so comunque di aver già alzato la Coppa del mondo: sono ampiamente soddisfatto di quello che ho avuto».
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