Prix Rai, Vespa dialoga con Letta: «L’Aquila rinata dopo il dolore»

29 Settembre 2026

Il giornalista ha festeggiato i 30 anni di Porta a Porta: «La mia caduta? Facevo ginnastica»

L’AQUILA. Il tutore a sorreggere il braccio destro, i punti attorno al sopracciglio e le ferite sul naso coperte da piccoli cerotti. Quasi dei dettagli: Bruno Vespa torna nella sua L’Aquila vulcanico, scherza e si prende in giro: «La mia una caduta rovinosa? Avevo appena finito di fare ginnastica. Sono scivolato su un tappetino e ho incrociato lo spigolo di un muro. Per fortuna i medici del Gemelli sono stati bravissimi, è venuta in soccorso anche la maxillo-facciale, il direttore dell’ortopedia, sono venuti tutti e mi hanno rimesso in sesto in cinque ore». E archiviata la caduta rinnova lo spirito stacanovista che lo ha portato, poche ore dopo l’incidente domestico, ad andare in diretta. Così si prende il palco dell’Auditorium del Parco per un’ora intera, celebrando la sua creatura più famosa, “Porta a Porta”, a trent’anni dalla sua prima messa in onda.

Sul maxi schermo alle sue spalle, il giornalista avezzanese ed ex sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che scherza: «I governi passano, Porta a Porta resta». Si è chiusa così la prima giornata del 78esimo “Prix” della Rai, in una sala gremita: una battuta di renziana memoria, che torna con l’augurio di altri trent’anni di successi: «Io non ci sarò», dice Letta collegato da Roma, «ma tu, Bruno, continuerai a raccontare l’Italia e cosa ne sarà di questo paese ce lo dirai tu». La carrellata di primi ministri arrivati sulla poltrona del format di Rai 1 – in un piccolo video celebrativo dei trent’anni – è stato del resto anche un quadretto del surreale, repentino ricambio di leader al governo del Paese in meno di mezzo secolo di storia.

E da questo pezzo di vita del Paese, è fisiologico che il punctum del racconto fosse il sisma del 2009: «I primi mesi furono di straordinaria coesione con le istituzioni civili e politiche del territorio», ricorda Letta incalzato da Vespa. È un doppio binario, il racconto sul palco dell’auditorium: un commento politico, sì, ma anche un amarcord doloroso, perché sullo sfondo passano (indelebili) le immagini del volo in elicottero da cui Vespa raccontò il teatro martoriato di una città uscita da una manciata di ore dalla sua notte più lunga, con la telecamera a scendere, quasi come un film, dal cielo fino alle strade silenziose. «Una città carissima a entrambi», spiega Vespa, «per me è la città in cui sono nato, per lui è stata la città in cui ha lavorato per molto tempo e a cui lui, negli anni del sisma e della ricostruzione ha dato più di quanto forse ancora non si è compreso». Aggiunge commosso: «Sono andato a Palazzo Alfieri e mi hanno detto che molte giovani coppie stanno tornando ad abitare nel centro storico. Le materne ora sono piene, questo per me è un grandissimo segnale di speranza», e ricorda l’asilo in legno di Onna «costruito con i soldi arrivati dalle donazioni degli spettatori di Porta a Porta, tirato su in tempo record e ancora perfetto».

Poi Vespa incalza: «Perché la gestione passò così velocemente dal governo nazionale alla politica locale?». «Finalmente», spiega Letta, «si usciva dal pathos drammatico dei primi mesi e così iniziavano a riaffiorare le posizioni politiche, le piccole gelosie interne, locali, e il nome di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, le loro costanti presenze in città, iniziarono ad essere viste con sospetto, c’erano di nuovo tutte le polarizzazioni classiche della politica. Mancò a quel punto la risposta unita, comune, rivolta a chi soffriva e ricomporre le famiglie disperse». E sulle scuole: «Furono la nostra priorità, la cosa su cui concentrammo le energie dal primo giorno. Se non le avessimo riaperte», spiega Letta, «molte famiglie non sarebbero mai tornate all’Aquila e sarebbero rimasti altrove, dove si erano trasferiti provvisoriamente. Così fu per l’università. L’Aquila oggi è una città degli studi anche per questo, altrimenti sarebbe stata condannata a un lento declino».

Il futuro? «Voglio essere ottimista», conclude l’ex sottosegretario: «Tante cose ci inducono a un certo pessimismo, ma siamo un grande Paese e abbiamo superato difficoltà infinite, sapremo risolvere tutti i nostri problemi così come la nostra storia ci autorizza a fare». Quando le luci dell’auditorium si spengono, parte l’ultimo, scrosciante applauso: Vespa ringrazia, si rialza. Poi è il tempo delle foto, dei saluti. Ma è quello spirito di ottimismo a fare da chiosa alla prima giornata del Prix e ad aprire i lavori per le giornate successive: l’idea che l’Italia di domani nasca dalle ferite del passato, in un’immagine tanto inflazionata quanto efficace: rialzarsi dopo le cadute. Quale ospite migliore.

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