«Calcio e rugby: città in ginocchio»
L’AQUILA. L’indagine sull’indice di sportività 2018, pubblicata qualche mese fa su Il Sole 24 ore, fotografa «in modo impietoso la difficoltà che vive lo sport nel nostro territorio, relegando la...
L’AQUILA. L’indagine sull’indice di sportività 2018, pubblicata qualche mese fa su Il Sole 24 ore, fotografa «in modo impietoso la difficoltà che vive lo sport nel nostro territorio, relegando la provincia aquilana agli ultimi posti in Italia, esattamente al 94° posto su 107. A peggiorare il quadro in città, oltre la chiusura della piscina Verdeacqua e dello stadio Fattori, contribuiscono le vicende che vedono coinvolti i due sport a livello agonistico più seguiti, il calcio e il rugby». A parlare è il capogruppo del Pd Stefano Palumbo, che aggiunge: «Il calcio, che annovera nel suo palmares partecipazioni ad alto livello nel circuito professionistico, trova oggi difficoltà nell’affrontare persino un campionato di promozione, con i tifosi costretti a subentrare nella gestione della società. A destare più sconcerto però è sicuramente il rugby, che rischia, come dichiarato dal presidente dell’Unione rugby L’Aquila, di vedere la squadra cittadina militante in serie A chiudere i battenti. Eppure lo sport è tutto quello di cui la nostra città, affetta da una preoccupante disgregazione sociale dopo il sisma del 2009, avrebbe bisogno, una bandiera attorno a cui riunirsi nel segno della tanto invocata aquilanità, per cementare una coesione da tempo smarrita. Nel cantiere più grande d’Europa falliscono società sportive che hanno fatto la storia della città, trascinando con se una istituzione come il Convitto che nello sport agonistico trovava il suo principale bacino d’utenza. Mi chiedo cos’altro debba accadere per aprire una riflessione su un tema così importante. Non sfuggirà a nessuno, ad esempio, la condizione che vive il rugby, con i settori giovanili, sostenuti da volontari, manager, tecnici, società e famiglie che resistono, anzi crescono raccogliendo successi, mentre il rugby dei grandi, che dovrebbe trovare sostegno nel tessuto produttivo cittadino, muore lentamente. La classe imprenditoriale è lontana dalla città, ne vive gli appalti ma non la socialità».
Ma per Palumbo «non basta prenderne atto, occorre provare a capirne anche le cause. Probabilmente quello che manca è un patto sociale, un accordo attraverso cui individuare un reciproco vantaggio nell’ambito del perseguimento di un obiettivo comune, il benessere sociale nella nostra città. Nel piccolo è quello che, sempre nel rugby, si è riuscito a fare a Paganica. Potrei puntare il dito contro chi, al governo comunale e regionale, non va oltre il conferimento di meritati riconoscimenti istituzionali a chi riesce ad ottenere importanti affermazioni personali in ambito sportivo. Preferisco invece porre loro alcune domande: siamo interessati a far restare i giovani in città, oppure li formiamo al meglio per farli andare via? Possiamo come politici e amministratori andare oltre il gioco delle parti e chiamare alle proprie responsabilità sociali tutti gli attori del territorio? Le risposte che la città merita sono fin troppo scontate, tocca solo a noi renderle concrete».
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