Campotosto, la forza di chi vuole restare

Nel paese lacustre piccoli segnali di risveglio del turismo. Quasi pronta la piattaforma per la chiesa provvisoria
CAMPOTOSTO. C’è una parola che a Campotosto i poco più di cinquanta abitanti rimasti non vogliono sentire: rassegnazione. Tre terremoti in meno di 10 anni (2009, 2016 e 2017) hanno raso al suolo abitazioni e strutture per attività commerciali, ma non hanno intaccato il vero tesoro dal quale si possono attingere speranza e fiducia nel presente e nel futuro: monti e colline che fanno da corona al lago artificiale ormai parte integrante e valore aggiunto di un paesaggio mozzafiato.
TURISMO. L’estate 2019 sarà ricordata come quella di un vero e proprio boom di turisti. Mentre altri Comuni dell’Alta Valle dell’Aterno dal 2016 in poi hanno visto pericolosamente assottigliarsi le presenze “vacanziere” (anche a causa dell’inagibilità di una miriade di seconde case) nell’area di Campotosto la gente è tornata grazie a un’estate che ha assicurato molte giornate di bel tempo. Certo non si tratta di un turismo strutturato. Tanti arrivano con camper e tende e sostano ai margini del lago. Nei fine settimana i barbecue non hanno “pace” e spesso i fuochi vengono accesi pure dove non si potrebbe. Di questa folla di visitatori in “autogestione” qualcosa a Campotosto comunque arriva e chi è rimasto a vivere qui si dà da fare per garantire loro un minimo di accoglienza.
IN RIVA AL LAGO. L’impressione che si ha arrivando a Campotosto nell’ultima domenica di un agosto segnato dal ricordo della tragedia di Amatrice e del Centro Italia di tre anni fa è di una “strana” normalità. Sulla strada principale macchine e moto sono posteggiate dov’è possibile, alcune persone passeggiano con cane al guinzaglio, c’è gente che si incontra e che si saluta prima di andare a messa o al bar. È un’immagine da tranquilla mattina festiva in un qualsiasi paese della provincia italiana. Ma basta guardare un po’ intorno per scoprire che tutto si muove in un sorta di vuoto cosmico: non ci sono più la chiesa, il palazzo municipale e le abitazioni che facevano da corona alla piazza. E poi case sventrate o crollate a metà. «L’unica cosa buona», dice con un pizzico di ironia Assunta Perilli, che a Campotosto gestisce la Fonte della Tessitura «è che adesso da qui riusciamo a vedere bene il lago e le montagne circostanti prima parzialmente coperti dagli edifici». Il bar, la farmacia, il negozio di generi alimentari, l’ufficio postale sono sempre dentro i container, ma è come se ormai chi vive a Campotosto abbia fatto l’abitudine a questa “definitiva” precarietà. Davanti al bar, sotto un gazebo, ci sono avventori che giocano a carte, discutono, fanno battute, sorridono, ordinano la colazione. Gli spazi tutt’intorno, dove c’erano porte e finestre, sembrano aree archeologiche, recintate e con spuntoni lasciati apposta per ricordare che lì qualcosa c’era e forse tornerà a esserci.
TEMPI LUNGHI. È da questi posti che ci si rende conto che i paesi colpiti dal terremoto avranno un futuro non perché saranno (chissà quando) ricostruiti, ma perché la gente che li abita crede fortemente che restare non è solo un dovere ma anche una grande opportunità. «Sembra strano», dice Assunta Perilli, «ma a me capita di dover consolare i turisti i quali, di fronte alla devastazione, mi chiedono: ma come fate a restare qui?».
IL PUNTO. Di vera ricostruzione a Campotosto ancora non si parla. Qualche edificio è stato risistemato, i Map (le casette) del 2009 ospitano decine di persone, sono in costruzione (soprattutto nelle frazioni) le Sae (soluzioni abitative di emergenza) che sempre casette sono, soltanto che fanno parte delle pratiche post-sisma 2016-2017. È quasi pronta una piattaforma di cemento sulla quale verrà montata una struttura che ospiterà le funzioni religiose che si tengono ancora in un piccolo container nel quale, per esempio, non è possibile celebrare i funerali. Quando il clima lo permette si celebra all’aperto, altrimenti per l’ultimo saluto al defunto bisogna andare all’Aquila. Il centro civico, realizzato dagli alpini, nel tempo è diventato un luogo prezioso per incontri, convegni, dibattiti, attività ricreative. Nessuno nega che oggi rifare le case è la priorità, ma è urgente anche offrire a giovani e meno giovani opportunità di lavoro. In questa estate 2019 non è quasi passato giorno che non siano stati organizzati dalla Pro loco e da altre associazioni (in collaborazione col Comune) eventi per portare a Campotosto più gente possibile: gare sportive, la festa del lino, serate musicali, appuntamenti enogastronomici. Uno sforzo enorme affidato a un pugno di persone che vuole la rinascita di Campotosto e opera con un entusiasmo che trova pochi paragoni. Basterà? No, non basterà. Serve qualcosa di più concreto, meno occasionale e di lungo respiro. Serve far arrivare gente tutto l’anno, incrementare gli affari di chi già gestisce una struttura ricettiva o un ristorante (domenica pomeriggio in uno dei pochissimi locali che ci sono intorno al lago c’era la fila per pranzare), convincere altri ad avviare attività, valorizzare le produzioni locali aprendo mercati (se pur di nicchia) per assicurare un reddito dignitoso a chi accetta la sfida di restare. Qui hanno capito che bisogna far conto sulle proprie forze e che è finito il tempo del lamento. La politica fa quel che può (spesso finge di farlo), il Parco Gran Sasso-Laga resta un interlocutore importante, la solidarietà non manca ma non sarà infinita. Un primo esempio di “buone pratiche” in tal senso è il “Cammino delle terre mutate” che porta a Campotosto, ogni settimana, escursionisti da tutta Italia. Chi arriva ha bisogno di mangiare, dormire, avere qualcuno che li porti a vedere quello che di bello c’è in queste zone. «In poche parole devono trovare», chiosa Assunta Perilli, «persone che li accolgono e li facciano sentire a casa loro». È questo il futuro di Campotosto: una casa aperta al mondo che vuole conservare, tutelare e valorizzare un patrimonio naturalistico che non è facile trovare altrove. Nessuno oggi se la sente di fare profezie eppure c’è tanta voglia di ri-mettersi in gioco. Magari ci vorrà tempo. Ma qui sanno aspettare.
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