Campotosto, sul futuro l’incognita dell’oblio

20 Gennaio 2019

Paese e frazioni con gravi danni, l’80 per cento degli edifici risulta inagibile Resistono circa cento abitanti e le poche attività commerciali che non mollano  

CAMPOTOSTO. “Via dei Fori Imperiali”. Così recita lo striscione appeso a una delle transenne che impediscono di avvicinarsi alle case inagibili e alle voragini lasciate dalle demolizioni. Il paragone con la celebre via di Roma che collega il Colosseo a Piazza Venezia è iperbolico, ma appropriato. Campotosto, oggi, è, realmente, una sequela di ruderi e rovine. L’80% degli edifici (buona parte dei quali sono seconde case) è inagibile e con danni strutturali. Quello che non erano riusciti a fare né il terremoto dell’Aquila né il sisma del Centro Italia, lo ha fatto la scossa di due anni fa. Nelle tre frazioni – Mascioni, Poggio Cancelli, Ortolano – e nella stessa Campotosto sono rimaste a vivere un centinaio di persone (soprattutto anziani), su una popolazione residente di 600 abitanti. Un paese, Ortolano, evacuato in seguito alla slavina che travolse, uccidendolo, il pensionato Enrico De Dominicis, oggi è completamente disabitato. Gli sfollati hanno trovato rifugio nelle casette di legno costruite nel 2009, che però non sono bastate per tutti. Il governo, a suo tempo, promise 30 Sae (strutture abitative di emergenza) ma ad oggi non ne è stata consegnata nemmeno una. Molte famiglie, specie quelle con bambini piccoli, non hanno avuto altra scelta che andar via: all’Aquila soprattutto, nel Progetto Case, o in autonoma sistemazione (ma i pagamenti del contributi sono in ritardo di mesi).
La ricostruzione è completamente ferma: il Comune ha appena ultimato le demolizioni ed è ancora alle prese con lo smaltimento delle macerie. Sono più di 200 le ordinanze di abbattimento firmate dal sindaco Luigi Cannavicci ed eseguite dall’esercito. La scelta di ricorrere alle forze armate da una parte ha sveltito le procedure e accelerato i tempi; dall’altra, però, ha affossato la fragile economia locale, togliendo ossigeno alle piccole imprese edili della zona che speravano di ottenere qualche lavoro. «Siamo stati tagliati fuori», racconta il titolare di una piccola azienda. «Non è vero che senza l’esercito non ce l’avremmo fatta. Le ditte locali erano attrezzate, se ci avessero coinvolti avremmo potuto investire, comprare macchinari, assumere personale. Si sarebbe sicuramente rimessa in moto un po’ di economia».
Del vecchio tessuto produttivo, invece, è rimasto ben poco. Le attività commerciali che hanno potuto riaprire nei container si contano sulle dita di una mano: una farmacia, un alimentari, un emporio, una bottega di artigianato, un bar. Ci sono anche le poste, uno sportello bancomat e un’ambulanza del 118 che funziona da presidio medico. «Siamo aperti per puro spirito di servizio», dice il titolare di uno dei negozi. «Se guardassimo solo gli incassi, avremmo chiuso da tempo».
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