«Caro prof, quanti insegnamenti»

16 Febbraio 2018

Una sua ex allieva: molto bello l’avviso contro le raccomandazioni 

Caro Professore/Caro Alessandro, quando ho appreso della tua scomparsa, del tuo ultimo viaggio, è come se il battito del cuore si fosse fermato per qualche istante, e in quel breve tempo di sospensione ho avvertito un senso di vuoto, quello incommensurabile che hai lasciato in tutti noi, e il pensiero è andato alla tua bella, adorata famiglia. Hai tracciato, nel destino di tanti studenti, nel mio certamente, una scelta di vita nel segno della fedeltà ad un amore fatto di studio e di ricerca, traducendolo nella generosa consegna del respiro del mondo e in particolare della tua amata città e del suo territorio; hai saputo restituire luce e vita palpitante a centri demici e a civiltà antiche, scavando tra impietose rovine, visitando dimore imperiali e sostando negli stazzi con i pastori transumanti, senza mai trascurare di cogliere la bellezza di paesaggi a te tanto cari, quelli che amavi osservare dall’alto delle montagne da te esplorate, e seguire con nostalgico, erratico sguardo il volo delle otarde sui pianori di Peltuinum.
Giustino Parisse ha ricordato che da te gli studenti non potevano venire impreparati, e quanto è vero! Eppure, il tuo rigore morale, la tua integrità professionale erano dettati semplicemente dal rispetto della sacralità di diritti/doveri stabiliti dalla invalicabilità dei ruoli, come tra studenti e docenti, di regole che dovevano essere rispettate. Niente di più. Già, le regole, tempi in cui, nel disattenderle, forse qualcuno ancora riusciva ad arrossire! Come volertene, se esternavi tutto il tuo fastidio dinanzi alla pratica perniciosa di ricerca di scorciatoie per gli esami, come quella volta, quando durante una lezione, dopo aver consumato il pavimento dell’aula, percorrendolo più volte avanti e indietro come eri solito fare, preso dal fervore della spiegazione, ti fermasti all’improvviso per esternarci un interrogativo che ti assillava e con l’intento, forse, di farlo giungere a chi di dovere: ”Io non capisco! Lo sanno che io non accetto raccomandazioni, eppure, qualcuno ci prova!”. Ti ho ammirato allora e ancor più quando decidesti di affiggere tale ammonimento sulla porta del tuo Istituto: “Non si accettano raccomandazioni”.Quale insegnamento! Grazie alla passione che hai saputo infondermi, ho seguito la via dello studio delle fonti e della ricerca, un amore che, dopo l’incontro con altri giganti come te, si è poi orientato verso la specificità di un ambito, quello ecclesiastico, che pur non appartenendoti, hai sempre rispettato e frequentato attraverso santuari, chiese e monasteri, per attingere, con deferente ossequio, ai loro scrigni sapienziali. Quante volte sei venuto in Archivio mostrando inesauribile entusiasmo e curiosità per le carte che ti accingevi a studiare, e se già le conoscevi, essendoti nutrito di sterminate letture, sapevi bene come “ascoltare” le voci della vita del passato, e qualcosa di nuovo riuscivano sempre a svelarlo. Che gioia quando eri seduto lì, tra il pubblico, e stimolato a parlare, tutti noi eravamo affascinati dai tuoi racconti, dal tuo sapere, ma anche dal magnetismo della tua schietta, travolgente simpatia. Un giorno mi mostrasti una poesia che avevi composto di getto mentre ti trovavi in Archivio, era sulla tua amata città, splendida, accorata e nostalgica, e mi confessasti che ne avevi composte tante, tante altre, ma che essendo frammenti della tua anima, eri solito poi distruggerle. Ti invitai a non farlo, ciò che ti riguardava aveva ormai assunto il carattere dell’eternità, e questa parte meno conosciuta, più intima di te, avrebbe certamente interessato i tuoi posteri. A nulla servirono le mie insistenze. Non avresti permesso alcuna profanazione della tua anima. Era giusto così.
*(responsabile
dell'Archivio
arcidiocesano)
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