Carro funebre e clessidra: i ristoratori alzano la voce

Portata anche una bara alla cerimonia per simboleggiare la morte delle attività Anche il sindaco Biondi tra commercianti, fornitori e operai sul piede di guerra
L’AQUILA. Un carro funebre e una bara con sopra una clessidra, a rappresentare come il tempo che passa stia lentamente condannando molte attività alla chiusura. Si sono presentati così ieri mattina in piazza Duomo i ristoratori aquilani riuniti sotto la sigla Ravv (Ristoratori aquilani vs virus) in una manifestazione indetta in segno di protesta contro gli ultimi provvedimenti adottati dal governo, quelli che hanno imposto la chiusura anticipata alle 18 per bar, pub e ristoranti. All’appello hanno risposto anche altre categorie: commercianti, dipendenti di imprese private, fornitori, sindacati, maestranze varie. In circa 200 hanno aderito alla mobilitazione, svoltasi in modo pacifico e nel rispetto delle distanze. Analoghe manifestazioni si sono tenute, nella giornata di ieri, in molte altre città italiane.
LE VOCI DELLA PROTESTA. «Il problema è generale», osserva Luca Taralli, proprietario della Cartiera del Vetoio e portavoce dell’associazione Ravv. «Se vanno in sofferenza le piccole imprese, va in sofferenza il Paese: le nostre tasse sostengono le casse pubbliche. Chiediamo soltanto di poter lavorare: siamo in condizione di poterlo fare, lo abbiamo già fatto in questi mesi. Se ci sono colleghi che non seguono le regole è giusto che vengano puniti, ma le misure restrittive devono essere calibrate sui singoli casi, non possono essere uguali per tutti». «Ci sentiamo trattati come untori», aggiunge Paolo Morico della Casetta nel parco. «In questi mesi abbiamo rispettato le norme. Ben venga il contrasto alla diffusione del contagio, ma pensare di risolvere tutto chiudendo alle 18 bar e ristoranti ci sembra assurdo». «Ci stanno negando il diritto di lavorare, non soltanto nelle ore serali, ma a 360 gradi», dice Daniele Di Fabio, titolare del Public Enemy. I ristoratori bocciano anche il decreto Ristori, che stanzia 5 miliardi di euro a compensazione delle perdite che il settore subirà a causa delle nuove restrizioni, e chiedono alla Regione di firmare un’ordinanza per andare in deroga alla chiusura alle 18, come sta accadendo in altre parti d’Italia. «Non chiediamo denaro», sottolinea Taralli. «Vogliamo attenzione su contributi, tasse e tributi, che maturano nonostante non stiamo lavorando. Vogliamo risposte anche su questioni che possono sembrare banali, come le utenze. Vorremmo avere sgravi e non sospensioni». «Serve un condono, non tombale, ma equitativo, distribuito su varie fasce di persone che hanno possibilità di pagare», osserva Antonello Di Giamberardino, proprietario dell’omonima cartoleria. In piazza, ieri, anche il sindaco Pierluigi Biondi: «Continuo a essere dell’idea che non è chiudendo alle 18 che si abbatte la crescita dei positivi e si alleviano i carichi della nostra struttura sanitaria. Non sono i luoghi che determinano i contagi, ma i comportamenti sbagliati».
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