Casa squillo indicata dal tricolore Il pm chiede tre rinvii a giudizio

20 Aprile 2018

Il 4 maggio l’udienza a carico dei presunti organizzatori del giro e della titolare dell’appartamento L’indagine fu avviata dalla polizia dopo le segnalazioni dei residenti infastiditi dal viavai di gente

L’AQUILA. La bandiera italiana issata sul balcone della casa squillo alla Villa comunale. Era questo il segnale per indicare che la casa era proprio quella e che le prostitute erano pronte per le prestazioni. Un espediente che serviva a evitare inconvenienti sempre più frequenti: ovvero i clienti erano soliti bussare alle porte sbagliate con situazioni di disagio facilmente immaginabili. Nei giorni scorsi la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio e il gup ha fissato l’udienza preliminare per violazione della legge Merlin, una ben nota norma che vieta la riapertura dei bordelli, chiusi una volta per tutte nel 1958. Gli imputati sono due stranieri, Albagracia Paolino e Deda Florence, che sarebbero i presunti gestori della casa d’appuntamento, oltre alla titolare dell’appartamento, Rossana Germani, cui è stato attribuito il concorso nel reato: secondo l’accusa, pur non avendo nulla a che spartire con tale attività, sarebbe stata consapevole di quanto accadeva lì senza porvi rimedio.
Il caso venne alla ribalta delle cronache visto che accadeva molto spesso che i clienti delle lucciole (raccattati tramite inserzioni fatte su quotidiani e siti) suonassero al campanello sbagliato mandando su tutte le furie i condòmini. Gli abitanti di quella casa, visto che le loro segnalazioni non approdavano a nulla, si fecero vivi con una lettera aperta. Anche perché a qualcuno di loro era capitato di essere svegliato in piena notte da soggetti che avevano sbagliato porta.
«Siamo un gruppo di cittadini esasperati», era scritto nella nota, «che vivono nel quartiere della Villa comunale in un edificio composto da 10 appartamenti. Al pianterreno, ve ne è uno dove, a ogni ora del giorno e della notte, si esercita la prostituzione da parte di alcune giovani presumibilmente di nazionalità straniera. Tanta è la sfacciataggine che le ragazze o gli uomini che lucrano sulle loro prestazioni hanno posto una bandiera italiana sul cancelletto del terrazzino del medesimo appartamento, proprio per favorire l’accesso ai clienti che, in un primo tempo, suonavano anche nelle abitazioni con tutto il disagio che ne consegue, in special modo quando il cliente si presentava in tarda notte».
La sezione di Pg della polizia in servizio alla Procura della Repubblica avviò le indagini che poi furono portate avanti dalla squadra Mobile e ora il caso, risalente a due anni fa, pende davanti al giudice.
Non c’e traccia, nel capo di imputazione, di reati connessi al vilipendio della bandiera visto che, di fatto, il vessillo è stato accostato ad attività di meretricio.
Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Monica Badia, Norma Daniele, Simona Fiorenza.
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