Case equivalenti, buco nero milionario

Si riaccende il dibattito sul futuro dei 537 immobili acquisiti al patrimonio comunale destinati a essere venduti all’asta
L’AQUILA. La legge sull’abitazione equivalente (cedo al Comune la mia prima casa semidistrutta e in cambio lo Stato mi dà i soldi per comprare un’abitazione in un posto qualsiasi d’Italia) è stata e continuerà a essere un buco nero nella ricostruzione della città.
LA NORMA. È una norma che non si trova in nessun altro provvedimento relativo a terremoti passati o recenti e che a parole è stata contestata da tutti (a partire da chi ha amministrato dal 2009 al 2017), ma nei fatti mai abolita. Solo lo scorso anno il consiglio comunale ha deciso di limitare il riacquisto all’interno del territorio del Comune dell’Aquila. E infatti, da quel momento in poi, le richieste sono diventate sempre meno.
I NUMERI. A fine 2016 erano 511 le pratiche per abitazione equivalente. Oggi (il dato è di pochi giorni fa) sono 537 (in realtà erano arrivate a 551, ma alcune sono state scartate). Premessa: chi ha scelto l’abitazione equivalente lo ha fatto nel pieno rispetto della legge. Qualcuno, magari, ha fiutato l’affare e ha comprato casa a Roma in zona centrale facendo, di fatto, un investimento che nel tempo gli gioverà parecchio. Ma al di là di questa astuzia, tutto è legittimo. Adesso, a 9 anni dal sisma, la questione non è più quanti e dove hanno ricomprato casa, ma che fine farà l’enorme patrimonio immobiliare che il Comune ha già acquisito o che acquisirà in futuro. A voler banalizzare, in tutta l’operazione, a rimetterci, e di brutto, sarà lo Stato e cioè tutti gli italiani. Un primo dato: le 537 abitazioni equivalenti sono costate alle casse pubbliche quasi 180 milioni. Si dirà: se quelle prime case fossero state ricostruite la spesa sarebbe stata più o meno la stessa. E no. Innanzitutto perché l’abitazione equivalente è stata pagata in molti casi più di quello che sarebbe stato necessario per la ricostruzione della casa diruta (c’è chi ha mollato un appartamento in condominio per una villetta con ampio giardino annesso). E poi lo Stato quella casa diruta o l’ha già ricostruita o la ricostruirà, spendendo altre decine e decine di milioni di euro. In sostanza, la pagherà due volte. Ma torniamo al destino futuro delle case di cui il Comune sta diventando proprietario. Il dato base è quello già citato: sono 537 le pratiche liquidate: il cittadino ha preso i soldi e ha già ricomprato. Ma a oggi non tutti i 537 immobili sono in carico al Comune. Quelli per cui è stato completato l’iter (passaggi dal notaio e quant’altro) sono 260, meno della metà. Bisogna parlare di immobili e non di edifici perché nelle 537 pratiche c’è un po’ di tutto: ci sono appartamenti che potrebbero anche non essere ricostruiti (con il cambio di sagoma del palazzo e quindi riduzione di volumetria), qualche condomino potrebbe far valere il diritto di prelazione e ricostruire a sue spese l’appartamento abbandonato (a un prezzo certamente minore di quello pagato dallo Stato per l’abitazione equivalente), alcune case potrebbero, per scelta del Comune, non essere proprio rifatte magari per creare spazi pubblici. Ma stiamo ai numeri: dei 260 immobili passati ufficialmente di proprietà del Comune oggi 79 sono agibili, significa che sono stati ricostruiti e ci si potrebbe tornare ad abitare. Di questi, parecchi sono appartamenti in condominio per i quali il Comune paga le relative spese.
PATRIMONIO DISPONIBILE. Questi immobili sono patrimonio disponibile del Comune (il Piano Case, ad esempio, adesso è indisponibile) che quindi in teoria potrebbe venderli. Ma non subito. Infatti per tutto il 2018 la situazione è stata congelata in attesa che vengano finalmente definiti i piani di ricostruzione di quelle che in origine erano le cosiddette aree a breve (Santa Croce, Lauretana, Porta Leone in particolare). In queste aree ci sono edifici che non saranno ricostruiti e chi aveva, dentro quei palazzi, un appartamento-seconda casa può chiedere la permuta: tolgo il disturbo, ma tu Comune mi dai un’abitazione dello stesso valore da un’altra parte. Questo per il 2018. E poi che succederà?
IL FUTURO. Fermo restando che il consiglio comunale può sempre modificare iter e procedure, succederà che nel 2019-2020 il Comune metterà in vendita il patrimonio avuto dalla norma sull’abitazione equivalente (la previsione parla di 257 immobili nel biennio). Come lo farà? Attraverso una gara pubblica con, come base d’asta, il prezzo riferito a ciò che lo Stato aveva pagato per l’abitazione equivalente. Le aste, di solito, vanno al rialzo, a meno che non vadano deserte. E se vanno deserte il prezzo base va rimodulato al ribasso (va anche tenuto conto che, nei prossimi anni, il mercato immobiliare aquilano a causa della gran quantità di offerta, potrebbe avere un tracollo).
LE IPOTESI. Qui entriamo nel campo delle ipotesi: potrebbe accadere che uno o più fondi immobiliari, quando il costo sarà fattibile, compreranno in blocco e L’Aquila, da più grande cantiere d’Europa, passerà a luogo con la più grande speculazione immobiliare che si sia mai vista. Si è parlato, anche di recente, della possibilità di affidare a Università e Gran Sasso Science Institute una parte di tale patrimonio immobiliare per realizzare un campus diffuso. Difficile, però, che possano farlo con soldi propri, a meno che il Comune non sia in vena di regali. Magari dovranno entrare – la Fondazione dell’Ateneo potrebbe essere uno strumento – in un fondo immobiliare (con capofila un gruppo bancario) che a quel punto vedrebbe garantito l’utilizzo (affitto) di molte di quelle case. Nella città della rendita e dei palazzi nobiliari che stanno diventando un enorme e lussuoso bazar, sarebbe un’occasione da non perdere.
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