Case equivalenti C’è chi ha ricomprato a Milano e Cagliari
Il contributo più alto concesso sfiora i 650.000 euro Nell’elenco anche alcuni ex amministratori comunali
L’AQUILA. La storia delle abitazioni equivalenti è come il vaso di Pandora: lo scoperchi e dentro ci trovi di tutto e di più. Breve riepilogo: il 17 febbraio del 2011 l’allora commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi, firma il decreto numero 43 che disciplina “l’acquisto e la ricostruzione di abitazione equivalente all’abitazione principale distrutta”. Qualsiasi vocabolario (anche quello italiano-aquilano) spiega che equivalente significa “lo stesso valore”. Dunque, se la mia abitazione distrutta prima del sisma vale 100 ottengo 100 per comprarne una nuova. Dove? Il decreto Chiodi dice che la puoi comprare in qualsiasi parte d’Italia. In base a che ragionamento non si sa. Ma in tanti colgono al volo l’occasione. Se si scorre l’elenco delle località dove sono state comprate case equivalenti a quelle danneggiate all’Aquila si trovano: Milano, Cagliari, Civitavecchia, Rimini, Spoleto, San Benedetto del Tronto, Roma (tantissime) poi Chieti, Pescara e vari centri della costa teramana. Nell’elenco di chi ha scelto l’opzione abitazione equivalente ci sono anche ex amministratori comunali. Uno di loro chiede oltre 600.000 euro e ne ottiene “appena” 575.000. Forse abitava nella reggia di Caserta e non lo sapeva. Ma, a scorrere la lista, le sorprese non mancano. La cifra più alta concessa sfiora i 650.000 euro. I contribuenti italiani magari vorrebbero sapere che casa ha ricomprato con tutti quei soldi. Per il resto le cifre vanno per lo più dai 300.000 ai 400.000 euro. Se il valore casa distrutta-casa nuova è equivalente significa che il Comune ha acquisito un patrimonio di case distrutte o semi distrutte immenso. E il valore deve essere per forza equivalente visto che il decreto 43 all’articolo 6 recita: nel caso in cui il proprietario acquisti una abitazione il cui valore di mercato sia maggiore di quello dell’abitazione distrutta le eccedenze sono poste a suo carico. Sarebbe interessante sapere chi ha controllato il rispetto dell’articolo 6. Probabilmente nessuno. La questione case equivalenti fu posta ufficialmente un paio di anni fa dall’Assemblea cittadina e dal gruppo consiliare Appello per L’Aquila. In una interrogazione venivano sollecitati chiarimenti su tutta la vicenda. Va infatti tenuto conto che sulle abitazioni equivalenti “pesa” un doppio contributo: quello che viene dato al proprietario per comprare casa da un’altra parte e quello che il Comune dà a se stesso per ricostruire sul “sedime” che gli è stato ceduto. Altra domanda: che fine farà questo patrimonio che il Comune prende in carico? Nel decreto 43 è scritto: «Trascorsi 5 anni dalla ricostruzione del nuovo immobile il Comune può porre in vendita le unità immobiliari di cui è proprietario. Se si tratta di un condominio o di un aggregato gli altri proprietari presenti nell’edificio o nell’aggregato hanno diritto di prelazione». Insomma, un giro contorto di soldi in cui ci guadagnano tutti, Comune compreso. A quella interrogazione rispose l’assessore Pietro Di Stefano, il quale criticava la possibilità data da Chiodi di ricomprare casa in ogni parte d’Italia e che «l’avvento della scheda parametrica ha assottigliato la possibilità di accesso all’abitazione equivalente». Vero? I dati dicono che nel momento in cui Di Stefano rispondeva all’interrogazione (febbraio 2014) i contributi (fra chiesti e concessi) erano 285. Oggi, due anni dopo, sono quasi raddoppiati.
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