Case equivalenti, ora si valuta la vendita in blocco degli edifici

Di Stefano (assessore al Bilancio): «Si tratta di operazioni molto complesse, ma non lo escludo» Ma Daniele (Udc) dissente: «Un progetto di vendita ucciderebbe il mercato immobiliare»
L’AQUILA. La grande dismissione. Il centrodestra potrebbe decidere di vendere in blocco tutti gli oltre 500 appartamenti acquisiti dal Comune con la pratica dell’acquisto equivalente. Questa, almeno, è la posizione espressa dall’assessore al Bilancio Annalisa Di Stefano nel corso della Commissione garanzia e controllo, chiamata, ieri, a votare sul Documento unico di programmazione (Dup) e sul Bilancio di previsione 2018-2020 (sono stati approvati entrambi a maggioranza, anche se il parere della commissione non era vincolante). «È un’ipotesi», afferma Di Stefano. «Si tratta di operazioni complesse, che vanno affrontate tenendo conto di diversi aspetti. Ma dal mio punto di vista non escludo una cosa del genere». Al momento sono circa 300 gli appartamenti già iscritti dal Comune nel proprio patrimonio ma si pensa che, a ricostruzione ultimata, potrebbero arrivare a 560, se non di più. Gli uffici hanno calcolato che, solo di oneri condominiali, queste case verrebbero a costare all’amministrazione oltre 100mila euro l’anno, cifra alla quale andrebbero aggiunte anche le spese di gestione e quelle di manutenzione ordinaria e straordinaria. Un esborso troppo alto per le casse dell’ente. Di qui l’idea di metterle in vendita tramite un piano di alienazione. La consigliera di Coalizione sociale Carla Cimoroni, nei giorni scorsi, aveva lanciato un allarme sui rischi insiti in un’operazione del genere: «La cessione di tanti immobili di pregio determinerebbe un ulteriore tracollo dei prezzi di vendita, già in picchiata a differenza degli affitti, e, soprattutto, se intervenissero fondi immobiliari, che possono permettersi di investire oggi per trarre profitto magari tra 10 anni, avremmo un patrimonio immobilizzato e quindi dannoso per la città, insomma l’ennesima speculazione». Obiezioni alle quali Di Stefano risponde così: «È chiaro che ci sono dei pregiudizi negativi basati su esperienze passate, mi riferisco ad alcuni fondi immobiliari venuti in città in passato. Ma la mia idea è quella. Non è, comunque, una decisione che si può prendere su due piedi. Faremo uno studio, all’esito del quale faremo una scelta». Sul tema, però, la maggioranza ha una posizione tutt’altro che univoca. Raffaele Daniele (Udc), presidente della commissione Territorio, puntualizza: «L’unica decisione presa finora è di usare parte di quel patrimonio per le permute nei confronti dei cittadini proprietari di abitazioni che, per progetti strategici, non verranno ricostruite, come ad esempio quelli del civico 207 di via Roma, dove è prevista la realizzazione di Porta Barete. Per il futuro, è ovvio che un progetto di vendita ucciderebbe il mercato immobiliare quindi è difficilmente percorribile». A smentire la Di Stefano, inoltre, ci sarebbero anche le trattative che il Comune sta portando avanti con l’Università dell’Aquila e il Gran Sasso Science Institute per destinare una parte delle abitazioni equivalenti a residenze universitarie, sfruttando la normativa del Miur sui collegi di merito. L’idea è di affidare la gestione (ma non la proprietà, che rimarrebbe comunale) a un nuovo soggetto giuridico, una fondazione formata da Comune, Univaq e Gssi. Dell’iter, già ben avviato, si sta occupando in prima persona il sindaco. Non è ancora stato stabilito quanti appartamenti andrebbero a formare questo campus universitario diffuso, ma si parla di 200/250 abitazioni, situate, perlopiù, in centro storico o nelle vicinanze delle sedi universitarie.
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