Catasti, una miniera per ricostruire storie piccole e grandi

L’Archivio di Stato ha organizzato una mostra degli atti La documentazione va dal sedicesimo al diciottesimo secolo
L’AQUILA. Nell’Archivio di Stato dell’Aquila non ci sono solo documenti sulla grande storia, ma anche materiali per ricostruire le vicende di famiglie e di singole persone che, non avendo avuto rilevanti ruoli pubblici, sono finite nel dimenticatoio. Una fonte preziosa per chi vuole avventurarsi in una ricerca di “microstoria” sono i catasti. In occasione della “Domenica di carta”, manifestazione organizzata dal Mibac per consentire al pubblico di entrare nel cuore degli istituti che conservano la memoria storica del paese, l’Archivio di Stato dell’Aquila, diretto da Daniela Nardecchia, ha proposto una mostra dal titolo “Segni iconografici nei catasti antichi”. Il fondo dei Catasti antichi dell’Archivio di Stato dell’Aquila raccoglie la documentazione prodotta tra i secoli XVI e XVIII. «Tali catasti», è spiegato nella nota introduttiva alla mostra, «sono pervenuti all’Archivio alla fine del XIX secolo per versamento da parte della Direzione delle contribuzioni dirette e di molti Comuni della Provincia che aderirono alla richiesta di deposito della Prefettura. Questi catasti sono oggi divisi in due serie: la prima sono i catasti preonciari, la seconda gli Onciari. Ai catasti originari spesso fanno seguito i bastardelli, riepiloghi e aggiornamenti della primitiva accatastazione. La serie dei catasti preonciari si compone di 129 registri i cui limiti cronologici vanno dal 1544 data del catasto di San Benedetto in Perillis, al 1750 data del catasto di Pescorocchiano. La formazione di questi catasti si fa risalire a una “direttiva” emanata il 19 novembre 1467 da Ferdinando d’Aragona con cui si stabiliva che fossero valutati i beni di ogni cittadino con il censimento o numerazione dei fuochi ossia dei nuclei familiari. In questi catasti non sono menzionati né i luoghi pii, né gli ecclesiastici essendo esenti da tributi. I catasti onciari hanno invece origine nel Regno di Napoli nel clima del riformismo settecentesco quando si ha il riordinamento del sistema fiscale attuato nel 1740 da Carlo di Borbone. Le finalità della riforma miravano a una più ordinata giustizia distributiva, in modo da alleviare le classi povere ed estendere la tassazione ai ceti abbienti e sanciva un principio: i beni del clero e degli enti ecclesiastici venivano censiti e sottoposti a tributo. Nei nuovi catasti dovevano essere registrate tutte le famiglie, le professioni esercitate e i beni posseduti. Il re voleva che le contribuzioni fossero proporzionate alla rendita di ciascun cittadino, ma l’obiettivo non fu raggiunto. Il catasto fu chiamato onciario perché la valutazione dei beni fu fatta non in riferimento al valore capitale, ma alla rendita espressa in once che corrispondeva a sei ducati ed era una semplice unità di conto. La serie comprende 173 registri: si tratta degli esemplari compilati per uso delle Università stesse, mentre una serie più completa è costituita dalle copie inviate alla Regia Camera della Sommaria e conservata a Napoli».
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