Centofanti porta in scena “La notte del Gran Rifiuto”

23 Agosto 2020

Lo spettacolo, che debutterà domani al Ridotto del teatro, è un affresco storico Un racconto mozzafiato sulle ultime ore da pontefice vissute da Celestino V

L’AQUILA. Un affresco storico potente. Un racconto mozzafiato delle ultime ore da Papa di Celestino V. E poi gli intrighi della Curia, le premure dei monaci per il Pontefice, le vicende degli anni di fine 1200 tra guerre, accordi, spartizione di potere. Errico Centofanti – che oggi compie 80 anni e che nel 1983 fu tra i principali protagonisti dell’avvio della Perdonanza moderna – offre alla città uno spettacolo teatrale di un’ora e mezza che vola via leggero grazie alla bravura degli attori, a musiche ben assortite, a costumi senza tempo e a una scenografia essenziale che si nutre di un gioco di luci che veicola sensazioni ed emozioni. Il tutto ben diretto da un regista giovane, Fabrizio Pompei, che non forza mai il senso del testo, ma lo dispiega in maniera pregevole in un racconto di cui lo spettatore non perde mai una parola e un gesto. Il Centro ha potuto assistere in anteprima allo spettacolo (in occasione di una delle ultime prove) che debutterà domani, 24 agosto, alle 21 al Ridotto del teatro. Centofanti con un’abile sintesi, ha messo in “La notte del Gran Rifiuto” tutte le sue conoscenze su Celestino V, personaggio di cui in città molti parlano ma che pochi hanno approfondito veramente. Il “Papa non Papa”– così i personaggi in scena spesso “bollano” il Pontefice che sta per dimettersi – ne esce come un gigante del suo tempo anche se non capito e persino dileggiato.
Centofanti ci mostra un uomo che ammette, in un passaggio dello spettacolo, di aver “fallito” ma nel momento in cui certifica questa sua incapacità di far fronte alle brutte cose del mondo diventa il trionfatore della storia che ricordiamo ancora oggi, dopo più di sette secoli, perché i suoi insegnamenti e le sue idee – su pace, perdono, attenzione ai poveri, ai deboli, agli umili – sono stati fatti propri anche dai pontefici contemporanei e in particolare da quello regnante, Francesco. La scena è divisa in tre parti. A sinistra i monaci, fedelissimi di Celestino che faranno di tutto, dopo le dimissioni, per sottrarlo alle grinfie del nuovo Papa. A destra due cardinali di curia e un potentissimo prete (interpretato da un Claudio Marchione in grande spolvero) che tramano e oscillano – in attesa degli eventi – tra il “Papa non papa” e il suo successore annunciato, il cardinale Caetani che prenderà il nome di Bonifacio VIII. Centofanti sorprende tutti perché nello spettacolo non mette (fisicamente) né Caetani, né il Re Carlo II d’Angiò. Di loro si parla molto naturalmente, ma non compaiono mai in scena. E questo perché il vero protagonista non può che essere soltanto Celestino V, gli altri sono delle “comparse” capitate in una vicenda più grande di loro. Ci sono passaggi, in particolare all’inizio e alla fine, che sono vera e propria poesia.
MESSA LAICA. L’autore si districa bene anche quando deve “spiegare” concetti teologici. Insomma ne viene fuori una “messa laica” che ha come colonna sonora il “Veni, creator Spiritus”. Celestino non ha mai parole di odio per nessuno, parla benissimo anche del suo successore che poi lo inseguirà e imprigionerà. È un uomo di preghiera nella quale trova le risposte a domande tormentate, è anche capace di dire di no (uno lo dice anche al Re) e alla fine si dimette ma non dà l’impressione che qualcuno lo abbia costretto. I monaci hanno sedie “povere”, i cardinali ricche poltrone. Celestino è sopra tutti loro, vestito di bianco, seduto davanti a una “cattedra” senza sfarzo illuminata dallo Spirito creatore. Si nota poi il contrasto evidente fra i monaci che parlano e agiscono con la leggerezza che traggono dalla fedeltà al Papa e dalla fede in Dio e la “gravità” degli atteggiamenti dei due cardinali e del prete attenti più a capire da che parte tira il vento per non trovarsi spiazzati rispetto ai potenti e poter così continuare nelle loro trame. Centofanti racconta una vicenda particolare che si svolge in un determinato periodo storico (Napoli, il 13 dicembre 1294). Ha però avuto la capacità di trasformarla in una storia universale in cui si ritrovano le bassezze della condizione umana e i picchi di spiritualità di uomini come Celestino V. Alla fine dello spettacolo ci si sente rinfrancati, consapevoli di aver conosciuto meglio un personaggio più attuale che mai. Insomma questa edizione della Perdonanza può fregiarsi di un vero e proprio “gioiello” che Errico Centofanti ha voluto regalare agli aquilani.
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