IL PROCESSO alla brigatista rossa 

Chiasso in cella, Lioce assolta I legali: a lei vietata la parola

L’AQUILA. Nadia Desdemona Lioce, brigatista rossa irriducibile, condannata al carcere a vita in regime di 41 bis, è stata assolta dal giudice monocratico onorario Quirino Cervellini dall’accusa di...

L’AQUILA. Nadia Desdemona Lioce, brigatista rossa irriducibile, condannata al carcere a vita in regime di 41 bis, è stata assolta dal giudice monocratico onorario Quirino Cervellini dall’accusa di disturbo del riposo delle persone: il fatto non sussiste. L’assoluzione era stata invocata anche dal pm onorario Rita Di Gennaro. Il processo, al quale hanno presenziato molti sostenitori dell’imputata, è iniziato con la testimonianza di un’agente di custodia alla quale è stato chiesto se ricordava di aver visto rumoreggiare la Lioce battendo una bottiglia di plastica sulle sbarre in parecchie occasioni. La testimone ha detto di non averla mai vista e di non sapere nemmeno che faccia avesse. La Lioce, intervenuta in audioconferenza, ha precisato che, a causa del massimo isolamento, non sapeva di poter disturbare qualcuno e non aveva con chi conferire. Inoltre ha spiegato che quello era l’unico modo per farsi sentire e che la sua protesta è iniziata quando le sono state sottratte, a suo dire arbitrariamente, delle carte processuali che stava esaminando. Quando le sono state ridate ha smesso di manifestare il dissenso. «Nessuno è venuto a dirmi», ha affermato in relazione alla protesta, «guarda non lo fare. Non solo difendo un mio diritto all’integrità personale», ha aggiunto contestando il regine del 41 bis, «ma è anche un dovere politico perché io sono una rivoluzionaria e non ammetto un tentativo di coercire la soggettività». I suoi avvocati Carla Serra e Caterina Calia, hanno ribadito come solo in questo caso ci si è accaniti per una protesta simile a quella di tanti altri detenuti. La loro arringa non è stata solo contro il reato ma una contestazione al regime cui è assoggettata la Lioce. Hanno parlato di una serie di vessazioni. «Questa bottiglietta di plastica», hanno detto i difensori, «ha fatto tanto rumore e ha scoperchiato il vaso di Pandora. Qui si è arrivati a vietare a un essere umano l’uso della parola: siamo alla tortura». Motivazione in 90 giorni. (g.g.)
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