Chiesa San Paolo di Barete Dimenticato arco del 1200

Parla monsignor Antonini profondo conoscitore della storia dell’edificio sacro «Per valorizzarlo basta togliere due solai, testimonia le origini della città»
L’AQUILA. Qualche giorno fa sono stati consegnati i lavori nel cantiere della chiesa di San Paolo di Barete, che si trova lungo via Roma. Il restauro e il consolidamento sono stati affidati con procedura aperta alla ditta General Costruzioni di Giovanni Patella, per un importo finanziato di 1.700.000 euro e 385 giorni di lavoro. Monsignor Orlando Antonini, vescovo, originario di Villa Sant’Angelo è un profondo conoscitore della chiesa, della sua storia e del suo pregio architettonico. Abbiamo chiesto a lui cosa ne pensa del restauro che viene avviato in questi giorni. È venuto fuori che nel progetto di restauro ci sarebbe una “clamorosa” dimenticanza.
Monsignor Antonini, la Soprintendenza annuncia l’avvio dei lavori nella chiesa aquilana di San Paolo di Barete. Lei si è occupato di questa chiesa dedicando all’edificio sacro uno studio. Qual è per la città l’importanza storico-architettonica di tale chiesa?
«La sua importanza storica è di essere la parrocchiale intra di uno dei maggiori castelli fondatori della città e che ha dato il nome alla Porta principale e più imponente delle mura urbiche: Porta Barete. L’importanza architettonica non è più quella originaria: prima del sisma del 1703 la chiesa era molto grande. Aveva pianta inconsueta, a Tau, ed era articolata in tre navi, come attesta il basamento ottagonale di uno dei piloni delle file di arcate, tuttora esistente a ridosso dell’aula attuale. Secondo la testimonianza di fine Cinquecento dell’Alferi la facciata era su via Barete e non su via Roma. Dopo il 1703 la chiesa fu ridotta come ora si vede. Oggi la sua maggiore importanza è urbanistica, in quanto con la sua fiancata occidentale a vista aperta, risalendo da Porta Barete, inaugura la via Roma storica. Peccato, perciò, che la chiesa settecentesca sia rimasta incompiuta (nel render del grafico Antonio Buccella, in alto, si vede come avrebbe dovuto essere, ndr) proprio su questo lato, con muraglie ancor nude d’intonaci e, in particolare, la massa architettonica cruciforme priva della cupola presupposta dall’impianto, all’incontro dei bracci».
Nel suo studio parlava di elementi del Duecento che sono stati individuati solo in tempi recenti. Non è chiaro se nel progetto della Soprintendenza sia previsto un recupero di tali elementi. Lei cosa ne pensa?
«Tali elementi sono a tutt’oggi ignorati dai più. Secondo anche il vostro articolo del 10 novembre, dell’edificio anteriore al terremoto del 1703 rimarrebbero soltanto la muraglia su via Roma e il rinascimentale portale d’ingresso. Ma oltre gli elementi visibili sul lato risvoltante su via Castiglione – la due-trecentesca monofora ogivale e, qualche metro più in là, l’archivolto e la lunetta di un portale quattrocentesco rimurato – all’interno del vano di spigolo dov’era la sede del Csi vi sono ancora le strutture in pietra concia segnalate fin dal 2004 nel mio volume Carsa e di cui recentemente ho informato sia l’autorità ecclesiastica che i tecnici della Soprintendenza. Si tratta dell’intero arco trionfale Ovest del transetto duecentesco, impostante su un poderoso pilone a fascio identico a quelli di Santa Giusta, Collemaggio e San Silvestro e scaricante su una parasta a muro. Sarebbe balordo non profittare di questa occasione – si tratterebbe solamente di eliminare i due solai che, sopraffacendo i resti medioevali, nell’Ottocento suddivisero in tre piani l’ambiente – per ridare all’Aquila un’altra significativa testimonianza delle sue origini». (g.p.)
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