Chiostro Beata Antonia alla città piace “a vista”

In via Sallustio viavai di curiosi. Le associazioni pensano a una raccolta firme Intanto il provveditorato ha affidato l’indagine geologica del monastero
L’AQUILA. Mentre si rincorrono le opinioni sul destino del chiostro dell’antico convento della Beata Antonia, solo da qualche settimana visibile da via Sallustio a seguito dell’abbattimento del più recente edificio delle suore, il provveditorato alle Opere pubbliche compie il primo passo verso il restauro del monastero. È stato pubblicato nei giorni scorsi, infatti, l’atto di affidamento per il supporto agli scavi archeologici nella zona: verifiche preventive e obbligatorie prima dei lavori su ogni edificio di interesse storico e artistico. Ad aggiudicarsi l’incarico (20.600 euro) è stato Emidio Pacifici. Una volta completata l’indagine archeologica si potrà dunque procedere con il progetto di recupero e infine con le opere. Proprio il convento, che presto verrà interessato dalle indagini archeologiche, sembra aver attirato in questi giorni l’interesse di molti cittadini che si recano in via Sallustio per ammirare la bellezza di un “tesoro” riscoperto: parte dell’antico chiostro del monastero che per anni è stata celata dall’edificio abbattuto nelle scorse settimane, appartenente alle stesse suore e risalente alla seconda metà del Novecento. Sono in molti, infatti, a chiedere che il chiostro possa restare visibile come adesso e che, dunque, venga evitata la ricostruzione dell’edificio che per anni lo ha coperto. A esporsi, tra gli altri, la presidente di “L’Aquila città di Persone”, Roberta Gargano, che spiega: «La proprietà è unica ed è delle stesse suore, quindi la trattativa è più agevole. Il Comune è proprietario di tantissimi immobili, non sarà difficile proporre delle permute vantaggiose per la comunità delle religiose, dal Progetto Case a appartamenti che poi potrebbero affittare per sostenere la vita del monastero. Da cittadina aquilana suggerirei persino di super valutare l’immobile da non ricostruire». Anche Cesare Ianni, di Jemo ‘nnanzi dice: «Uniamoci tutti per ottenere che questa meraviglia resti visibile in via Sallustio e non torni a scomparire dietro un palazzo». E c’è già chi pensa a una raccolta firme. Le problematiche che si aprono, tuttavia, sono molteplici: la prima, più evidente, è l’eventuale permuta di proprietà per le suore, la seconda riguarda la correttezza storica di tale operazione. Che il chiostro sia un esemplare molto prezioso, infatti, è evidente anche a un occhio poco esperto, ma che questo, proprio per sua stessa natura, sia nato per restare “nascosto” tra le mura del convento è una certezza. Portarlo per così dire “a vista” rischierebbe dunque di snaturarlo. Non solo: quello attualmente visibile è una parte del grande chiostro della Beata Antonia che ha avuto tre fasi costruttive: il loggiato della fine del 200, il porticato del XIV secolo e l'arcata rinascimentale del XV secolo. Il complesso ha subìto due grandi mutilazioni: nell’800, la demolizione degli archi e del ponte medievali che lo univano allo stabile dell’ospedale, ex sede del Conservatorio di musica Casella; nel 1941 l’abbattimento parziale per la realizzazione dell’arteria di via Sallustio. Il chiostro originale, cuore del monastero fondato nel 1349 per volontà testamentaria di Giacomo Gaglioffi, dunque, non esiste più.
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