Cialente: piangevo ogni notte tra le macerie

Il sindaco traccia un bilancio degli ultimi 8 anni. E ricorda: «Mi arrabbiai ed ero pronto alla rivolta»
L’AQUILA. Una nuvola di polvere arancione sulla città, le grida di disperazione, il terrore sui volti degli aquilani. E quel senso di solitudine profondo, lacerante, dell’uomo solo al comando, chiamato a scegliere per sè e per gli altri. Come un capitano al timone della sua nave. È l’immagine che accompagnerà per sempre il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. Il suo ultimo 6 aprile, con la fascia tricolore, ha il sapore amaro dei ricordi, di un dolore radicato, delle battaglie di piazza, degli scontri e delle contestazioni. Con il cuore sempre lì, alle 309 vittime, all’Aquila che riprende forma, nel segno della speranza.
Sindaco, come ha vissuto quella terribile notte?
«L’allerta durava da giorni. Alla prima scossa ricevetti la telefonata del questore, Filippo Piritore. Mi disse di anticipare le vacanze di Pasqua. Non sapevo cosa fare: le lezioni erano già saltate il 31 marzo e il 1° aprile, in via precauzionale. Avevo chiuso due scuole, la De Amicis e la materna di Santa Barbara. Entrai nel panico. Il telefonino squillava di continuo: Altero Leone, coordinatore regionale della protezione civile, il vicesindaco Roberto Riga. Contattai anche Luca D’Innocenzo, referente dell’Adsu, per sapere dove fossero gli studenti universitari. Ero disperato, terrorizzato e consapevole dell’inconcludenza della Commissione grandi rischi».
Sentiva che qualcosa stava per accadere?
«Avevo una strana sensazione addosso. Alla seconda scossa, svegliai i due figli che erano a casa. Federico, il più piccolo, che allora frequentava la terza media, si trovava in gita scolastica a Como, insieme al figlio di Vincenzo Vittorini. La tensione era altissima. Dovevo gestire la situazione familiare e quella di un’intera città. Chiesi ai miei ragazzi di contattare amici e cugini, in una sorta di catena telefonica, per diramare la notizia della chiusura delle scuole».
Dov’era alle 3.32?
«Mi ero appisolato da poco, esausto, con l’abat jour accesa. Sentivo su di me tutto il peso della solitudine. Di quei momenti ho ricordi confusi. Quando, dopo il primo terremoto, in una frazione di secondo l’onda d’urto ha ripreso vigore ho pensato: “È finita”. Urlavo il nome dei miei figli. Scappammo tutti dalla porta superiore. La devastazione che vidi in quel momento mi accompagnerà per tutta la vita. Ovunque, solo polvere e fumo, case crollate e grida disperate, un fuggi fuggi generale. Il primo a chiamarmi, con la voce rotta, fu Pierpaolo Pietrucci. Poi, in rapida successione, il presidente della Regione, Gianni Chiodi, e Daniela Stati. Erano le 4 del mattino quando raggiunsi a piedi il Coc: ho rivisto la mia famiglia solo dopo 20 giorni, a Roseto».
Qual è stato il momento più doloroso?
«Davanti alla casa dello studente, mentre i soccorritori scavavano. Mi dissero che sotto le macerie c’era anche Davide, nipote di Antonietta Centofanti e figlio di Gianni, il mio migliore amico ai tempi del liceo, deceduto otto mesi prima. Nelle ore successive continuavano ad arrivare nomi di amici e parenti morti. Uno stillicidio: non c’era più posto per il dolore».
Di fronte ad una tragedia di tali proporzioni ha pensato, anche solo per un solo momento, di mollare?
«Mai, anche se ho visto la mia città piegata. Di notte vagavo come un fantasma tra le macerie del centro storico. Ad accompagnare i miei pensieri solo buio e silenzio. Ricordo che, passando davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento, vidi dei manichini a terra, uno sull’altro, come cadaveri abbandonati. L’orrore prese forma dentro di me. E piansi lacrime amare, come facevo ogni notte».
Dopo il 6 aprile, la notte del 5 maggio. Ci racconta cosa accadde?
«Il giorno prima era stata firmata un’ordinanza che prevedeva il trasferimento di tutti gli uffici pubblici altrove. Per L’Aquila sarebbe stata la fine. Era in corso il solito briefing per fare il punto della situazione: presi la parola sbattendo il microfono sul tavolo e ordinai alle autorità presenti, assessori regionali, protezione civile, rappresentanze militari, di lasciare entro 20 minuti la città. Avrei chiamato a raccolta tutti gli aquilani per fare scudo e alimentare la rivolta. Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, contattò Gianni Letta, a Roma. Mi convinsero a parlare con lui e ottenni la promessa che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe annullato l’ordinanza. Così fu».
E la fase più difficile?
«Quella della rabbia e della reazione degli aquilani, delle contestazioni e del popolo delle carriole. Ero il bersaglio privilegiato, ma dovevo andare avanti e pensare alla mia gente. Ho scoperto di essere io il vero giudice di me stesso. Un’amarezza che mi ha temprato».
Il suo messaggio agli aquilani?
«Ai giovani dico: non andate via, credeteci. Vedo L’Aquila futura, ricostruita, bella, innovativa. A mancare saranno le 309 vittime, il vuoto che nessuno mai potrà colmare».
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