Collemaggio, appello per aprire la cripta

30 Agosto 2020

L’architetto D’Antonio: «I locali sotterranei meritano più attenzione. Necessari i restauri del complesso monastico»

L’AQUILA. Quasi sempre chiuse, due piccole porte che affacciano sul chiostro dell’ex convento adiacente alla basilica di Collemaggio, nascondono un “tesoro” conosciuto a pochi: è l’ingresso dei locali che si trovano al di sotto della basilica (definiti correntemente, seppur impropriamente, “cripta”) databili intorno agli ultimi anni del 1200. Si tratta del primitivo insediamento eremitico nella zona, una cella celestiniana, come ne esistevano altre in Abruzzo, ma l’unica all’Aquila dove sicuramente soggiornò Papa Celestino V, che probabilmente non ebbe la possibilità di vedere invece la conclusione dei lavori della basilica. Un “tesoro” di religione e storia, appunto, che sembra però essere stato dimenticato. I lavori di restauro della basilica, infatti, non hanno riguardato i locali sotterranei (se non per alcuni puntellamenti). A sollevare la questione, all’indomani della 726ª Perdonanza celestiniana, è l’architetto Maurizio D’Antonio. «L’auspicio», dice, «è che i prossimi lavori di restauro, che interesseranno il complesso monastico, si estendano a ricomprendere tali ambienti».
CELLA MONASTICA. «Non tutti sanno che nel viaggio di ritorno da Lione nel 1275 Pietro Celestino ha soggiornato nella già esistente cella monastica di Collemaggio. Di questa si conserva ancora, nella indifferenza generale, sotto il livello pavimentale dell’edificio chiesastico, un oratorio e qualche altro ambiente, che si propongono chiaramente come parte del primitivo insediamento eremitico posto sul declivio del Colle di Maggio, nonostante le espansioni susseguitesi nei secoli che ne hanno permesso la trasformazione in monastero e poi in abbazia». È probabile, infatti, che prima dell’inizio della costruzione della basilica celestiniana fosse già esistente, nello stesso luogo, un edificio religioso, un oratorio, appunto, che indusse i monaci a insediarsi nel sito.
IL LUOGO DI CELESTINO. Tali ambienti sono di estrema importanza non solo per l’epoca di costruzione, ma anche perché l’oratorio in particolare è l’unico luogo in cui, con ogni probabilità, Pietro del Morrone è entrato. «La chiesa monasteriale infatti è stata ricostruita più volte e le pietre che attualmente la costituiscono non hanno verosimilmente mai visto Pietro», continua D’Antonio. «Mentre quel piccolo ambiente sotterraneo con ogni probabilità ha ricevuto Pietro raccolto in preghiera».
PITTURE DUECENTESCHE. All’interno di questi locali sono ancora presenti tracce di pittura del Duecento che permettono una datazione accurata degli stessi. «La costruzione della grande basilica si è sovrapposta a tali ambienti, forse già dagli anni Ottanta del Duecento», spiega l’architetto. «Per questo motivo l’oratorio e i locali adiacenti hanno perso importanza cadendo nell’oblio, tanto che nel 2009, al momento del sisma, erano adibiti a deposito».
IL RESTAURO. «Penso sia giunto il momento», conclude D’Antonio, «di restituire dignità a tali ambienti, che potrebbero tornare a essere luogo di culto e nello stesso tempo divenire meta di attrazione turistica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA