Commercio, il 2014 anno da dimenticare

Cioni: riduzione al minimo dei consumi, un giro di affari risicato e decine di attività costrette a chiudere i battenti
L’AQUILA. Bilancio decisamente negativo per il commercio aquilano. Il 2014 è stato un anno nero, con decine di attività che hanno chiuso i battenti e un giro di affari risicato, tale da non coprire neppure le spese di gestione. Si spende poco e solo per i beni di prima necessità: le famiglie hanno tagliato un po’ su tutto, riducendo al minimo i consumi. E le prospettive per il 2015 non fanno ben sperare, nonostante le proposte lanciate dalle associazioni di categoria, che puntano a restituire ossigeno a un settore in pieno affanno.
«Il saldo tra aperture e cessazioni di attività è negativo», afferma Celso Cioni, direttore regionale della Confcommercio, «fino al 2012, nonostante il terremoto, il comparto del commercio e del piccolo artigianato ha retto abbastanza, con un saldo positivo a fine anno, anche se di poche unità. Ma nell’ultimo biennio la situazione, in particolare all’Aquila e nei comuni del cratere, è precipitata: si registra una tendenza al ribasso su acquisti, consumi e nuovi imprenditori che decidono di mettersi in gioco. Una regressione che investe tutta la provincia, sulla base del trend nazionale, ma che tocca il picco massimo nell’aquilano».
Indispensabile, per la Confcommercio, un’azione di rilancio. «La politica locale è totalmente assente», accusa Cioni, «e assiste inerme all’agonia di migliaia di piccoli commercianti, molti dei quali hanno compiuto sforzi economici e organizzativi immani, dopo il sisma, per riaprire delocalizzando le attività».
Un universo di micro-imprese che rappresenta, con il 90 per cento sul totale, la spina dorsale del tessuto economico locale. «Un mondo di cui nessuno parla», incalza il direttore della Confcommercio, che riconduce le motivazioni della crisi «all’azzerata disponibilità di spesa da parte delle famiglie, in particolare al ceto medio, che ha portato ad un crollo dei consumi. Un altro fattore negativo è la mancanza di aspettativa nel futuro. Un deterrente psicologico che funge da freno sui consumi, in un momento in cui la liquidità scarseggia. A tutto ciò, in Abruzzo, si aggiungono la proliferazione dei centri commerciali, con un rapporto tra metri quadrati e numero di abitanti che pone la nostra regione al primo posto in Italia nella grande distribuzione, e la nuova frontiera degli acquisti on -line, non ancora adeguatamente normata».
Problematiche che si incastrano con i danni provocati dal terremoto del 2009 al sistema del commercio aquilano, con oltre mille attività del centro storico devastate. Di queste, oltre trecento non hanno mai riaperto. «Il sisma», sottolinea Cioni, «ha devastato il sistema distributivo della città, che aveva il cuore pulsante nel mercato di piazza Duomo e nelle mille botteghe del centro storico». La Confcommercio, subito dopo il sisma, ha provveduto a un monitoraggio dei danni economici e strutturali, prodotti dal terremoto alle attività del centro storico: «Analisi, plastici e proposte rimasti nei cassetti degli uffici comunali, senza che sia stato varato un progetto di rilancio. Dal governo nazionale ai politici locali, il comune denominatore è la latitanza. Siamo ancora in attesa che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arrivi all’Aquila per rendersi conto di persona del disastro sociale ed economico che vive questa città: dal governo ci aspettiamo politiche che restituiscano liquidità al sistema delle piccole e medie imprese».
Per fronteggiare la crisi a livello locale la Confcommercio ha proposto la creazione di un polo dell’innovazione delle piccole e medie imprese e lanciato, sotto il simbolo del guerriero di Capestrano, il progetto «Tenaci» che ruota intorno a turismo, enogastronomia, ambiente e commercio: un circuito virtuoso su cui dirottare risorse pubbliche e progettualità con il contributo di Regione, Cresa, Università e associazioni di categoria.
Monica Pelliccione
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