Confesercenti: addio negozi di quartiere Colpa del caro affitti

Finora sono state 24 le chiusure di attività commerciali Ruccolo (Fiesa): occorre un provvedimento del Comune
SULMONA. Allarme per i piccoli negozi di quartiere, che stanno chiudendo uno dopo l’altro sotto il peso della crisi e della pressione fiscale. La morìa riguarda soprattutto gli storici alimentari, condannati dalla concorrenza senza pari della grande distribuzione e dei supermercati. Col risultato che il centro storico e i piccoli quartieri residenziali della città restano senza servizi. Basta guardare le saracinesche abbassate nelle mura antiche cittadine: prima erano almeno una decina i piccoli negozi di alimentari, ora ne sono rimasti meno della metà.
Il dato, del resto, è in linea con la tendenza nazionale, dove ben il 62% degli 8.100 comuni italiani rischia di rimanere senza esercizi commerciali alimentari. Parla di effetto desertificazione la Fiesa Confesercenti.
«La politica locale deve rendersi conto dei disastri territoriali compiuti» commenta Vinceslao Ruccolo, presidente della Fiesa Confesercenti «chiediamo a tutti gli amministratori di sostenere la nostra proposta di legge che giace da troppo tempo in parlamento nell’indifferenza della politica nazionale». Secondo le associazioni di categoria i Comuni dovrebbero prendere decisioni straordinarie per salvaguardare i servizi di vicinato nelle aree periferiche. La proposta consiste in un contributo al mantenimento della qualità della vita, alla sicurezza di posti di lavoro e al contrasto dello spopolamento delle zone interne. «È il cosiddetto effetto desertificazione che lascia circa 5mila comuni senza servizi primari, rendendo ad esempio difficile, se non impossibile, trovare anche pane, latte, carne da acquistare senza spostarsi di chilometri dalla propria abitazione» aggiunge Angelo Pellegrino, direttore dell’Officina dei sapori «per questo il nostro sistema si sta battendo affinché vengano intraprese iniziative coraggiose, volte a garantire i servizi di vicinato nelle aree che ne sono sprovviste, dalle periferie alle zone rurali, per incentivare anche l’apertura o riapertura di questa tipologia di strutture commerciali».
I dati rilanciano lo stato di crisi del commercio cittadino, registrato dal rapporto annuale dell’ufficio comunale Attività produttive. Sono infatti 24 le chiusure – con dati destinati a raddoppiare entro la fine dell'anno – con appena 56 richieste inviate di nuove aperture, ben 21 in meno di quelle arrivate l’anno scorso, quando le chiusure erano state 43. Colpa anche del caro affitti: le botteghe in centro arrivano a costare 4mila euro al mese, anche per metrature piuttosto modeste.
Federica Pantano
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