«Confessi l’omicidio del prete»

24 Marzo 2018

Processo a don Piccoli a Trieste, in aula spunta la lettera anonima che accusa l’ex parroco di Pizzoli

TRIESTE. «Deve confessare il delitto che ha commesso alla Casa del Clero, non c’era che lei... Dio saprà come far trionfare la giustizia...». Non se l’aspettava di certo, don Paolo Piccoli, ex parroco di Pizzoli, di trovarsi tra le mani una lettera minatoria. E anonima. Lui, imputato di omicidio per la morte di don Giuseppe Rocco, è finito nel mirino di un ignoto. Un ignoto che lo accusa di aver «strangolato» l’anziano monsignore. Quel documento risale al gennaio 2015: qualche mese dopo la tragedia.
La lettera è spuntata nell’udienza dedicata alle audizioni dei testimoni: il manutentore del seminario, un’inserviente e un altro sacerdote che alloggia nella Casa del Clero, dove sarebbe avvenuto il delitto. Il manutentore e l’inserviente, incalzati dalle domande dei pm Lucia Baldovin e Matteo Tripani, hanno confermato di aver visto don Piccoli inginocchiarsi vicino al letto della vittima durante l’estrema unzione impartita sulla salma. Circostanza di non poco conto, questa, visto che il sacerdote imputato per omicidio afferma di aver rilasciato le tracce ematiche rinvenute sulle lenzuola di don Rocco (che provano la presenza di Piccoli nella stanza) proprio durante quella breve cerimonia; non nel corso di una presunta colluttazione con la vittima. È stato un problema epidermico, sostiene don Piccoli, a provocare quel sangue. Avrebbe sporcato il lenzuolo appoggiandosi al letto, nell’atto di rialzarsi. Andrà dimostrato. Ma è proprio la lettera il colpo di scena del processo. Secondo gli avvocati di Piccoli (Stefano Cesco e Vincenzo Calderoni), che hanno chiesto alla Corte di acquisire il testo nel dibattimento, sarebbe stata la perpetua di monsignor Rocco, Eleonora Dibitonto, a vergare quelle parole. I legali ne sono certi: hanno sottoposto la scrittura dell’intestazione riportata sulla busta (il testo è a computer) a una perizia grafologica, da cui emergerebbe proprio la mano della perpetua. Ma cosa dicono da quei passaggi rivolti a don Piccoli, il prete indagato per omicidio? «Ho saputo del suo trasferimento in Liguria nella diocesi di Albenga-Imperia presso la Casa di cura San Michele. Mi sembra si sia sistemato bene. Tuttavia le voglio dire che era meglio per la sua tranquillità e coscienza confessare il delitto che ha commesso alla Casa del Clero. Non c’era che lei. Nessuna cura», si legge, «le servirà per la salute fisica se non curerà l’anima. Se dice messa senza confessare il delitto del povero don Rocco, 92 anni, è un delinquente incallito anche nell’anima. Pur di non ammettere l’assassinio ha tirato in ballo altre persone che non avevano interesse a strangolare un vecchio prete. È un vigliacco che si è approfittato della sua sordità per sorprenderlo e per vendicarsi di qualcosa che lui avrà detto...». Ecco poi un passaggio dove chi scrive conosce benissimo i meandri della Casa del Clero e le abitudini della vittima e le modalità della morte. «Chi poteva alle 5 del mattino entrare, aprire due porte d’entrata, salire al 2° piano e andare verso la porta a sinistra? Solo chi sapeva che Rocco non si chiudeva a chiave. Vorrei infine farle capire», è la chiosa della lettera recapitata a Piccoli, «che prima o poi farà uno sbaglio e che Dio saprà come far trionfare la giustizia, anche quella umana».
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