Controlli dei pompieri alla facoltà di Ingegneria

1 Settembre 2016

Il comandante Aquilino: «Siamo andati, ma lì hanno competenze per valutare» Raffica di richieste dai cittadini per le crepe nelle case: più psicosi che allarme

L’AQUILA. Nemmeno un’ora dopo la scossa di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, tre squadre dei vigili del fuoco dell’Aquila avevano già affondato le braccia tra le macerie, quando tutt’intorno c’erano solo lamenti e disperazione e di soccorsi organizzati nemmeno l’ombra. Il lavoro continua sui due fronti, fuori confine e dentro le mura di casa. Qual è lo stato di salute delle sue case e degli edifici pubblici? Il comandante provinciale dei vigili del fuoco Ennio Aquilino, classe 1963, all’Aquila da un anno, risponde così: «Allarmismi? No. Prevenzione? Sì». Aquilino ha anche gestito la Dicomac (Direzione comando e controllo) di Coppito per un anno all’indomani del sisma aquilano.

All’Aquila torna il timore di danni alle strutture: com’è la situazione?

«Non diversa dal passato. Non vogliamo tranquillizzare, in quanto non sappiamo la risposta che le strutture possono dare a un sisma; direi, però, di non drammatizzare, perché larghe parti del centro sono state messe in sicurezza, altre ricostruite e dunque fruibili. Ci sono ampie zone ancora con una cantierizzazione spinta e lì bisogna fare attenzione, ma L’Aquila oggi è quella che era un mese fa, non c’è stato un peggioramento e il cittadino che ha convissuto con la sua città per 7 anni può continuare a viverla come prima nel rispetto assoluto delle zone rosse».

Ci sono stati danni?

«Ora non abbiamo casistiche di lesioni all’Aquila. Dai primi dati possiamo dire che non ci sono stati peggioramenti, ma questo è un dato non definitivo. Chiaro che con un’analisi a occhio non siamo in grado di verificare se una scuola o una chiesa sono sismicamente adeguate; per questo servono l’analisi del progetto e il certificato di collaudo di un progettista che dia la conferma del rispetto della normativa di adeguamento. Il Corpo dei vigili del fuoco interviene laddove c’è un danno, una crepa, un cedimento. Il nostro è sempre un intervento di tipo tecnico e urgente. Dopo una scossa interveniamo subito per vedere se c’è necessità di misure ulteriori, come lo sgombero».

Che tipo di richieste state ricevendo?

«Ad esempio dall’Università di Ingegneria. Ci è stato chiesto di verificare la struttura. Credo, però, che in facoltà esistano competenze in grado di fare valutazioni più approfondite delle nostre. Oppure, ancora, dal mondo della scuola che si prepara alla riapertura. Ci viene chiesto di controllare gli edifici, anche se apparentemente non hanno nulla. Anche dai privati arrivano richieste legate più alla preoccupazione che a reali danni».

L’Aquila, e le sue frazioni, sono sicure?

«Quello dell’Aquila è un tessuto che ha subìto un sisma sul quale si opera con una serie di cantieri, i cui esiti portano – in teoria – ad adeguamento sismico, che dovrebbe far acquisire capacità di risposta maggiore rispetto a prima. Poi arrivano eventi come quello di Amatrice che risvegliano le paure e alzano la soglia dell’attenzione. Noi conviviamo con una zona di rischio 1 (massima) rispetto alla pericolosità sismica, con strutture ancora puntellate che dovrebbero essere rivisitate (ci sono fondi pubblici). L’attenzione dev’essere massima, ma niente allarmismi. Tutti gli enti devono verificare scuole, ospedali, caserme. Non sembrano emergere, dopo i riscontri, elementi di ulteriori dissesti o cessata funzionalità delle strutture. Se c’è un edificio puntellato al quale non è stato fatto niente in 7 anni, la scossa non può aver migliorato la situazione».

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