Così la tragedia fu «buttata» in politica

24 Aprile 2016

Dal marzo al luglio del 2010 una serie di eventi portarono alla “guerra” fra destra e sinistra che causò due anni di ritardi

L’AQUILA. C’è un periodo cruciale nella storia del post sisma che va dai primi di marzo del 2010 alla fine di luglio dello stesso anno. La protezione civile dal primo febbraio aveva passato le competenze al commissario delegato (dal governo) Gianni Chiodi (che era anche presidente della Regione) affiancandolo, nel ruolo di vicario, con il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente. Fino a marzo i rapporti fra Cialente e Chiodi (amici da tempo per loro stessa ammissione) vanno a gonfie vele. Poi succede qualcosa. Sulla scena cittadina (e mediatica) entra a forza il popolo delle “carriole” (carriole che divennero simboli di un centro storico che andava al più presto liberato dalle macerie). Tra la fine di febbraio e tutto il mese di marzo migliaia di aquilani (non solo i componenti più agguerriti di associazioni e gruppi che promuovevano le iniziative di protesta) scesero in piazza. In quel momento si creò una strana simbiosi fra chi contestava una gestione commissariale verticistica e autoritaria (contestazione che nel 2009 aveva già preso di mira la Protezione civile) e una parte di città benpensante smarrita dal non avere certezze sulla ricostruzione dei palazzi “aviti” (edifici ereditati dagli avi) e dalla paura che la preziosa rendita potesse svanire come neve al sole. In Comune si fece fatica a tenere testa a un movimento popolare che prendeva di mira anche gli amministratori locali considerati troppo morbidi con gli “invasori”. Infatti, in quel momento, ricostruire il cuore della città praticamente non era all’ordine del giorno. La risposta del governo ai contestatori era: «Ma come, vi abbiamo dato case belle e comode e parlate pure». L’imbarazzo dei reggitori aquilani cresceva: c’era il rischio che se ne andasse in fumo un patrimonio di voti prezioso (dalle Provinciali arrivò un forte segnale in tal senso) e il centrosinistra sarebbe stato accomunato al nemico Berlusconi. Per tutto il mese di marzo nei Palazzi si cercò di minimizzare (ad aprile in occasione del primo anniversario la politica locale si giovò della rinnovata attenzione mediatica in cui tutti vantarono l’eroismo e il coraggio della prima ora).

Il 17 marzo con una lettera (protocollo in uscita 12982) la presidenza del consiglio dei ministri invitò il Comune a prendere in carico le 19 piastre del progetto Case allegando un documento «affinché ci sia» da parte del Comune «la più ampia consapevolezza in ordine allo stato di attuazione del progetto». Il 31 marzo (curiosamente 12 mesi dopo la famosa riunione della Grandi rischi) «la sventurata rispose». E rispose sì . Che controlli furono fatti sulla bontà realizzativa del Piano Case, e se furono fatti chi li fece? C’è una relazione tecnica che attesta che era tutto regolare e costruito a regola d’arte? La protezione civile impose ope legis quel passaggio? Il Comune dovette solo obbedire? E no, niente domande, si infanga la città. La storia di quei piani Case è poi a tutti nota: per tre anni zero bollette, mega debito con Enel, contestazioni varie, Corte dei conti e ciliegina sulla torta balconi che crollano, inchieste, sequestri, evacuazioni, ipotesi demolizione. Il governo all’epoca del passaggio (marzo 2010) promise di pagare 4 anni di manutenzione. Che tipo di manutenzione è stata fatta? Su questo le risposte ci sono: basta parlare con gli inquilini del piano Case. Ma torniamo al 2010. La protesta delle carriole (che la prefettura cercò di mette a tacere con un surreale sequestro dei mezzi di produzione) fra alti e bassi sfociò nella manifestazione a Roma in cui molti aquilani vennero manganellati (compreso l’onorevole Giovanni Lolli). Lì fu la vera svolta. Il Pd capì che non poteva più dare appoggio, anche minimo, alla gestione commissariale. Il partito ne sarebbe uscito a pezzi. A metà luglio Chiodi aveva lanciato una iniziativa: quella di chiamare all’Aquila illustri architetti per “ridisegnare” la città. L’iniziativa fu presentata a Palazzo Silone e i fotografi immortalarono la stretta di mano fra Chiodi e Cialente. Amici come prima?Solo apparentemente. Gli illustri urbanisti erano stati convocati per il 26 luglio al Ridotto. Quando i professori arrivarono, trovarono in piazza il sit-in dei comitati. Un noto amministratore comunale in quel contesto pronunciò la storica frase: «Prima di entrare all’Aquila questi devono baciarmi la sciarpella» (scusate il gossip). Il novello Camponeschi sconfisse gli assedianti e decise che L’Aquila doveva essere ricostruita solo ed esclusivamente dagli aquilani (vedi, post, la storia dei finti piani di ricostruzione). Il 27 luglio ci fu la visita in città dell’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani. E la rottura fu ufficializzata. Meno di due mesi dopo Cialente si dimise da commissario vicario e la “guerra” fu dichiarata. Al posto di Cialente arrivò Antonio Cicchetti, l’uomo di Gianni Letta, che si rese subito conto di essere finito in una Babele ingestibile. Ci vorranno quasi 3 anni per tornare a un minimo di normalità. Oggi i “vincitori” o presunti tali raccontano una storia fatta di salvatori della patria da un lato (come da memoriali in corso di redazione) e brutti e cattivi dall’altra. Ma forse non è andata proprio così.