Crollo con 13 morti, imputato introvabile

21 Settembre 2018

La storia dell’unico processo post-sisma ancora impantanato in Appello: Impicciatore sembra sparito nel nulla in Venezuela

L’AQUILA. Il palazzo di via D’Annunzio, crollato il 6 aprile 2009 con tredici vittime, è stato ricostruito pur a fronte di controversie giudiziarie che ne hanno rallentato i lavori. Ma il procedimento giudiziario, concluso per tutti gli imputati con l’assoluzione, ha ancora un’ importante coda che pende in Appello.
Un processo importante che, forse, non si farà mai. La ragione di questo è che l’imputato “fantasma” non si trova. E, come dice il suo avvocato d’ufficio, Ersilia Lancia, se non gli si notifica l’atto di citazione il processo resta sospeso e non può iniziare.
Ma di Filippo Impicciatore si sono perse le tracce da anni. Si tratta di un imprenditore, da sempre irreperibile, che partecipò ai lavori del palazzo fatti mezzo secolo fa.
L'uomo, 85enne, è stato condannato in contumacia in primo grado a 3 anni , ma il processo di Appello, viste le nuove normative in materia, non si farà a meno che non venga rintracciato. O comunque serve avere la certezza che l’atto gli sia stato notificato o che sappia dell’esistenza del processo, cosa difficile da provare per chi vive in un altro continente.
L’ultimo suo domicilio è stato in un hotel di Caracas, in Venezuela. Inizialmente è stata mobilitata anche l’Interpol per potergli notificare gli atti, ma senza alcun riscontro.
Per la verità non è nemmeno sicuro, vista l’età avanzata dell’accusato, che sia in vita: non ci sono notizie in tal senso. E avere informazioni, al momento attuale, è ancora più difficile in un Paese che sta attraversando una situazione economica e politica gravissima.
La legge parla chiaro: se non viene avvisato non può discolparsi e, dunque, viene leso il diritto alla difesa. La stessa legale di ufficio, che lo ha assistito in primo grado mobilitando anche un perito, non ha notizie da fonti ufficiali. La posizione di Impicciatore, originario di Perano (Chieti) è processualmente diversa da quella degli altri due accusati già assolti con sentenza passata in giudicato in relazione ai restauri fatti nel 2000. Egli, infatti è l’unico tecnico, ancora in vita, tra coloro che edificarono il palazzo nel lontano 1961 ed è accusato di omicidio colposo plurimo e disastro colposo.
In base alla perizia del pm si sostiene che il palazzo, essendo stato realizzato in cemento armato, non sarebbe dovuto implodere dopo il sisma del 6 aprile, ma avrebbe dovuto comunque resistere come è avvenuto per altri edifici molto più vecchi.
Per quanto riguarda la costruzione iniziale, di qui l’incriminazione di Impicciatore, si contesta l’uso di materiale scadente, calcestruzzo di scarsa qualità «che presenta valori di gran lunga inferiori sia a quanto indicato nel progetto sia alla comune prassi dell’epoca della costruzione». Per tirarsi fuori dai guai, prescrizione a parte, un aiuto alla difesa potrebbe arrivare proprio dalla sua deposizione.
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