Crollo Convitto, l’ira della parte civile

L’avvocato Milo: «A dieci anni dalla tragedia, e con sentenze passate in giudicato, nessun risarcimento dallo Stato»
L’AQUILA. «Lo Stato si è comportato in modo ingiusto: a dieci anni dal sisma la famiglia del giovane Luigi Cellini, morto nel crollo del Convitto Nazionale in seguito al sisma, ancora non vede un solo euro di risarcimento».
L’accusa arriva dall’avvocato Antonio Milo, che insieme al collega Stefano Rossi tutela gli interessi della famiglia della vittima e, in particolar modo, della madre, Lucia Catarinacci, di Trasacco.
Nel crollo morirono in tutto tre giovani. Gli altri due erano ragazzi stranieri le cui famiglie non si sono costituite nel processo.
«Non è possibile», aggiunge il legale, «che dopo sentenze univoche, confermate dalla Cassazione, nelle quale si conferma la responsabilità civile del Miur, oltre che, nel penale, dell’imputato, il preside Sergio Bearzi, condannato a 4 anni per omicidio colposo, non si possa arrivare a un atto umano che eviti, tra l’altro, la lunga causa civile il cui esito pare ineludibile per via delle precedenti sentenze».
Tra l’altro, la prossima udienza civile ci sarà soltanto a dicembre prossimo a causa del grande numero di contenziosi che ci sono nel tribunale aquilano. La richiesta di danni è di due milioni.
«Eppure», continua Milo, «lo Stato è stato molto celere nel concedere la grazia a Bearzi. Noi, tra l’altro, eravamo contrari alla concessione e, nonostante la prassi prevedesse la nostra audizione, non fummo mai ascoltati. In questo lasso di tempo speravamo di essere contattati dal ministero o chi per esso, ma le attese sono state tradite. Solo belle parole in occasioni di manifestazioni commemorative, ma, andando nel concreto, non abbiamo avuto alcun riscontro da parte delle istituzioni».
Una delle ragioni per le quali la parte civile era contraria alla concessione della grazia poggia sulla durezza delle parole con cui la Cassazione ha descritto il comportamento di Bearzi, il quale, va detto, si difese dicendo di non aver fatto evacuare i locali in quanto ingannato dalle rassicurazioni della Grandi Rischi.
«Manifestò una conclamata insensibilità», disse la Cassazione, «una grave negligenza e imprudenza, imponendo ai ragazzi di sopportare un rischio intollerabilmente elevato che si concretizzò nel breve volgere di poche ore. In un frangente come quello, nessuno, nemmeno gli esperti della Protezione civile, poteva dare rassicurazioni che non si sarebbero verificati crolli».
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