Cura il figlio con olio e rosmarino Il giudice toglie la patria potestà

Il bimbo di 8 anni è malato di tumore, la madre si è opposta e ha preteso una tradizionale assistenza Le accuse al genitore: «Condotta delirante, ritiene i medici responsabili di un complotto ai suoi danni»
L’AQUILA. Voleva curare il figlio malato di tumore ungendolo con olio al rosmarino e il giudice del tribunale per i minorenni dell’Aquila, tramite un provvedimento emanato a tempo di record, ha sospeso la responsabilità genitoriale nei confronti del padre, ordinando l’avvio di una terapia efficace per fronteggiare la malattia. La storia è quella di una famiglia residente nella provincia di Pescara e la sentenza dei giudici aquilani è destinata a fare scuola: vista l’insistenza del marito con le cure palliative al posto dei cicli di chemioterapia, la madre di un bambino di 7 anni, malato di cancro e ricoverato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, ha fatto ricorso al tribunale per i minorenni dell’Aquila che si è pronunciato per la decadenza della responsabilità genitoriale. Il bambino è sottoposto a terapie dallo scorso mese di ottobre, quando lo stesso tribunale aveva emanato un decreto provvisorio per consentire l’inizio delle cure. Già durante l’udienza del 16 ottobre scorso, il padre del bambino ha riferito ai giudici che la diagnosi formulata dai medici sarebbe stata, a suo dire, sbagliata e che avrebbe invece riscontrato miglioramenti sulle condizioni di salute del bambino semplicemente per averlo unto con olio al rosmarino. Affermazioni che, naturalmente, non si fondavano su alcuna base scientifica: l’uomo, infatti, non è riuscito a depositare nessuna documentazione medica che attestasse le diagnosi alternative al posto di quella oncologica. Supposizioni accompagnate da una condotta definita dai giudici «minacciosa» e «arrogante»: l’uomo diceva che non avrebbe esitato a «spazzare via chiunque si fosse messo in mezzo a lui e il figlio», inveendo contro la madre e il personale sanitario. Del fatto era stata informata anche la questura di Bologna. Non solo: il padre aveva anche minacciato di portare con sé il bambino all’estero, se non avessero sospeso le cure oncologiche. Secondo il tribunale per i minorenni l’uomo avrebbe proseguito «nel suo delirio» accusando i medici di far parte di un complotto ordito ai suoi danni dalla mafia nigeriana. Un atteggiamento di ferma opposizione che aveva spinto i giudici a disporre il divieto di avvicinamento a meno di 500 metri dai luoghi frequentati dalla madre e dal figlio. Provvedimento confermato anche nella sentenza del febbraio scorso, con la quale è diventata definitiva la sospensione della patria podestà. A comporre il collegio giudicante la presidente Cecilia Angrisano, Cristina Tettamanti, e i giudici onorari Marco Pezzopane e Fabiana Salucci. La madre del bambino è stata difesa dalle avvocate Sara Dori e Martine Menna del Foro di Bologna.
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