«Dal C.a.s.e. alla mia vera casa»

Aromatario racconta la sua esperienza post-sisma, da un trasloco all’altro
Da una C.A.S.A. a Casa.
Sono rientrata nella casa di via Mulino di Pile, il 3 ottobre 2014, quel periodo l’ho chiamato l’autunno di San Francesco, per la ricorrenza del Santo il giorno dopo. Se devo essere sincera, arrivammo al quinto trasloco, fiaccati tutti e quattro i componenti della nostra famiglia. Come tanti abitanti della nostra città eravamo diventati nomadi dalla mattina del 6 aprile 2009.
Quella mattina fu drammatica per la conta delle macerie e dei morti e per la fuga degli studenti dalla nostra città! Così iniziava la nostra vita da sfollati prima in macchina, poi alla tendopoli Ex Italtel 2 dal 10 aprile 2009 al 14 novembre 2009. Quindi l’arrivo il 15 novembre al Progetto C.a.s.e di Pagliare di Sassa. Qui siamo rimasti fino alla metà di aprile del 2011 poi il trasloco alla casa di Cansatessa. È stato difficile partire dal progetto C.a.s.e.. Lì la mia famiglia ha lasciato un pezzo di vita, i miei figli me lo dicono sempre, parlano di quel periodo come di un periodo importante della loro vita e della nostra famiglia, che li ha segnati e che non dimenticheranno mai.
Dal primo giorno che entrammo nel Progetto C.a.s.e. ci proponemmo di adattarci, ma non adagiarci, l’obiettivo era tornare nella casa di Pile. La casa di Cansatessa, per me, ha avuto subito una differenza sostanziale, era una Casa, non l’acronimo “C.a.s.a.” Complessi Antisismici Sostenibili, Ecocompatibili. Non era una C.a.s.a. provvisoria, ma una casa, in attesa dell’ultimazione dei lavori della casa di via Mulino di Pile. A Pagliare di Sassa abbiamo abitato diciassette mesi! Quando entrammo nel Progetto C.a.s.e. dopo sette mesi di tendopoli presso il Campo Ex Italtel 2 mio figlio mi disse sdraiandosi sul letto della sua cameretta che avrebbe diviso con la sorella “Finalmente un letto vero!” Io non avevo voglia di entrare nel Progetto C.a.s.e., ma mi sforzai per i miei figli ed entrando in una C.a.s.a. che non avevamo scelto noi, come d’altronde il luogo, entrai molto triste, per tutto quello che era successo!
Il distacco da Pagliare di Sassa è stato comunque traumatico, un po’ ci eravamo legati a quel territorio, nella parte interna del Progetto C.a.s.e. c’era e c’è tuttora un laghetto con le papere. In quel laghetto si specchiavano le C.a.s.e. e dal balcone passavo il tempo a contare le papere e ad ammirare le loro traversate del lago con il sole a mezzogiorno. Ho familiarizzato più con le papere che con gli abitanti, non ci conoscevamo l’uno con l’altro. A Cansatessa abbiamo ritrovato forse un po’ di normalità, avevo portato parte delle nostre stoviglie della casa di Pile e i figli le riconobbero e si sentirono quasi a casa loro. Mi sono affezionata anche alla casa di Cansatessa e al quartiere di Pettino, alla gente di quel quartiere, l’ho visto ricostruire tra le gru. Qui sono vissuta per altri due anni e mezzo, poi il ritorno alla casa di Pile. Rimettere insieme un altro trasloco non è stato semplice, quando facevo gli scatoloni mi passavano per mano i ricordi, la vita! Il lavoro mentale più difficile è stato rimettere insieme i ricordi, non per un fatto di memoria, ma delle emozioni forti che essi suscitavano. Quando siamo tornati nella casa di Pile, c’era tanto silenzio nel vicinato, rotto solo dai rumori dei martelli pneumatici, dalle voci degli operai, dai via vai dei camion carichi di macerie. La viabilità su via Mulino di Pile era cambiata, la carreggiata era stata allargata e vi era stata costruita una rotatoria che prima non c’era. A Pile, abbiamo ritrovato il canto delle tortore che da qui non se ne sono mai andate. Le case attorno alla nostra avevano nuovi colori e nuovi infissi. Anche la nostra casa aveva un nuovo colore. Ciò che fa una casa è il calore delle persone che vi vivono e non il colore! Così quando oggi vedo tanti nuovi colori delle case della periferia, non ci faccio più caso. Mi ritengo fortunata ad essere rientrata nella mia casa. Alle soglie del decennale, il mio pensiero va a quelle famiglie ancora nei progetti C.a.s.e. e con la loro abitazione non ricostruita perché imprigionata dentro l’assurda burocrazia della ricostruzione, e agli abitanti dei M.A.P. Moduli Abitativi Provvisori, costruiti nei paesi e in alcune frazioni. Su via Fonte Preturo, una traversa di Via XX Settembre, c’è un fabbricato popolare-edilizia Ater, proprio dietro le rovine della palazzina del civico 123, in attesa di essere abbattuto. Sulla parete di un balcone campeggia tutt’oggi una scritta a caratteri neri stampatello: “La dignità dei miei figli calpestata da una burocrazia infame”. Ogni volta che passo da via XX Settembre la leggo. Così mi si strazia il cuore, a pensare al dramma di quel genitore e a come deve essersi sentito umiliato di fronte alla sua famiglia, per arrivare a scrivere tanto.
Oggi guardo alla mia città che sta rinascendo e penso che ci vuole ancora tanto, più indietro stanno le frazioni, silenti, dove per la maggior parte sono rimasti gli anziani, e che cercano di non perdere la loro identità. Dopo dieci anni, siamo ancora qua, eh… già, come dice in una sua canzone Vasco Rossi e aggiungo: vicino alla nostra città.
*scrittrice
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