Dal terremoto alla pandemia Il racconto di uno studente
L’AQUILA. «Odiamo lamentarci, odiamo fare le vittime, ma è forte in noi, in questi giorni, che ci avvicinano alla fine del liceo, la volontà di ripensare al nostro percorso scolastico». Inizia così...
L’AQUILA. «Odiamo lamentarci, odiamo fare le vittime, ma è forte in noi, in questi giorni, che ci avvicinano alla fine del liceo, la volontà di ripensare al nostro percorso scolastico».
Inizia così il racconto di Leonardo Manna, che oggi frequenta la 5ª A del Liceo Classico. La sua storia, come quella di tanti suoi coetanei, inizia dal terremoto del 2009, quando da pochi mesi aveva iniziato a frequentare le elementari, e si sviluppa fino alle superiori tra Musp, cambi di sede e ancora strutture provvisorie.
«Marzo 2020, metà del quarto anno di liceo, scoppia la pandemia e siamo costretti alla didattica a distanza», racconta Leonardo, «una forma di apprendimento nuova e fallimentare, per via delle troppe distrazioni ma soprattutto della mancanza di rapporti umani tra studenti e professori. Alla fine del quarto anno saremmo dovuti andare in gita in Sicilia e alla fine del quinto in Grecia, ma tutto ciò ci è stato impedito, niente 100 giorni, niente compleanno dei 18 anni. Ci stiamo vedendo strappare via dalle mani il periodo che tutti gli adulti ricordano come il più bello della loro vita».
Nonostante le ulteriori avversità e le «inadempienze di alcuni», anche in questo caso la scuola ha reagito.
«Tutti noi studenti, con la guida di un corpo docenti coeso e stimolante, abbiamo dimostrato una resilienza senza pari», fa sapere ancora Leonardo, «ci siamo aggrappati a tutto ciò che di positivo potevamo scovare in un’adolescenza negata come la nostra. Pur non avendo a disposizione i luoghi adatti, abbiamo portato avanti diversi progetti in modo da rendere il nostro percorso scolastico il più accattivante possibile. Teatro, giornalino scolastico, concorsi nazionali, questi sono stati i nostri attimi di felicità. Come diceva Seneca, “le difficoltà rafforzano la mente così come i lavori irrobustiscono il corpo”. A questo punto crediamo di aver trovato fin troppi ostacoli nel nostro percorso formativo, sentendoci talvolta svantaggiati rispetto a tanti nostri coetanei provenienti da altre città. Vorremmo solo che la classe politica si ricordasse del nostro esempio come monito per impedire alle generazioni che verranno di subire ciò che abbiamo patito noi nati nel 2002. A settembre prossimo noi non ci saremo, ci piacerebbe però sapere che quelli che restano possano concludere il loro corso di studi in una struttura “normale”: l’eccezionalità la faranno alunni e docenti. Ne siamo orgogliosamente certi».
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