Dalle Costarelle il grido: «Carcere duro più umano»

I sottosegretari Chiavaroli e Migliore: «I detenuti chiedono di cucinare in cella» Le novità: Skype, se possibile, e contatti con le università per chi vuole studiare
L’AQUILA. Solo pasta cotta e non bucata, niente gnocchi, riso, minestre, paste ripiene. La carne? Solo cotta e non impanata, né infarinata; no a polpette, involtini, pesce con le spine, funghi, mozzarelle, ricotta. Neanche le ingenue sottilette sono permesse al carcere Le Costarelle di Preturo, che ieri ha ricevuto la visita dei sottosegretari alla Giustizia, Federica Chiavaroli e Gennaro Migliore. Ad accompagnarli la direttrice della casa di pena, Maria Celeste D’Orazio. Su 173 detenuti che si trovano nella struttura, ben 147, tra cui 7 donne, sono sottoposti al regime del 41 bis. E se lo chiamano carcere duro, un motivo ci dovrà pur essere. Una visita durata un paio di ore, al termine della quale Federica Chiavaroli si è detta «molto provata. Si avverte proprio questo clima da carcere duro. È una struttura assolutamente ordinata», ha detto all’uscita, «anche se qualche problema ce l’ha per quanto riguarda la carenza di personale, sul quale concentreremo la massima attenzione. È chiaro che poi la riflessione più profonda riguarda il 41 bis, un regime che ha lo scopo di recidere ogni legame con le organizzazioni dalle quali i detenuti provengono, obiettivo che nessuno mette in discussione. Stiamo riflettendo su come assicurare condizioni di vita dignitose anche a chi si trova in 41 bis. Anche il presidente della commissione diritti umani, Luigi Manconi, ha parlato dell’umanizzazione del 41 bis». Alcuni dei detenuti, ha detto il sottosegretario, hanno segnalato criticità per quanto riguarda le condizioni di salute. «Stiamo valutando tutte le misure», ha aggiunto, «per rendere il regime compatibile con la dignità della persona, il diritto a cure mediche e psichiatriche. Altri detenuti, invece, hanno segnalato questioni legate all’alimentazione, perché non hanno la possibilità di cucinare in cella, visto che la legge lo vieta». E le donne? «Le donne in carcere soffrono di più, soprattutto se sono mamme». Il diritto a ricevere visite, infatti, è limitato a poche ore al mese. «Ci terrei molto», ha concluso, «a ringraziare tutto il personale che lavora in questa struttura, che fa veramente un lavoro duro e straordinario». Anche il sottosegretario Migliore ha insistito sulla necessità «di valutare quali possono essere gli interventi sulla vita quotidiana di queste persone, con la garanzia che possano affrontare anche patologie e disagi psicologici. Pensiamo anche a innovazioni tecnologiche, come Skype invece della scheda telefonica, dove è possibile e a determinate condizioni, e a una maggiore collaborazione con le università per chi desidera formarsi». Tutto questo mentre il consiglio regionale, da mesi, non riesce a nominare il garante dei detenuti, anche se già da tempo circola il nome della radicale Rita Bernardini.
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