Dalle lacrime la voglia di ripartire

Dieci anni fa la corsa solitaria del tedoforo Panti nel centro storico devastato e deserto
L’AQUILA. Nell’agosto di dieci anni fa la celebrazione della Perdonanza non era fra le “urgenze” degli aquilani. All’inizio del mese la Protezione civile, a 120 giorni dal devastante terremoto, aveva annunciato l’avvio di un censimento per stabilire quale fosse la reale necessità di case provvisorie (Piani Case, Map, autonoma sistemazione, affitti concordati). Di lì a pochi giorni sarebbero scoppiati i contrasti sul prezzo a metro quadro per la ricostruzione degli edifici privati (che furono all’origine dello scontro fra la struttura commissariale e l’ente locale, scontro durato più di tre anni). Inoltre si stavano definendo le funzioni della cosiddetta filiera (Fintecna-Reluiss-Cineas) che ha curato le pratiche fino ai primi mesi del 2013 quando entrarono a pieno regime i due uffici speciali previsti dalla cosiddetta “legge Barca”.
VIGILIA 2018. Il 22 agosto, alla vigilia della Perdonanza 2009, i numeri erano ancora impietosi: c’erano quasi 19.000 terremotati nelle oltre 130 tendopoli sparse nel cratere. Ogni persona costava allo Stato dai 20 ai 30 euro al giorno. Gli sfollati negli alberghi della costa erano 18.500 con un costo medio stimato, a testa, di 47 euro ogni 24 ore. Quasi 10.000 persone erano in autonoma sistemazione (circa 7 euro al dì). Le abitazioni di città, immediata periferia e frazioni erano per il 90%, se non di più, inagibili. I dirigenti scolastici partecipavano a frenetiche riunioni per capire quanti edifici e quante aule potevano essere utilizzati per far ripartire a settembre l’anno scolastico. Erano già in corso i lavori per i moduli scolastici (Musp) e le piastre del Case. Le scosse, alcune abbastanza forti, ricordavano quasi ogni momento che il terremoto non aveva “mollato” la città. Eppure, in quella caotica situazione, c’è chi pensò che la Perdonanza poteva e doveva essere il primo momento, dopo la tragedia, in cui gli aquilani avrebbero avuto la possibilità di incontrarsi di nuovo e magari abbracciarsi e stringersi la mano. Il 31 luglio 2009 l’arcivescovo Giuseppe Molinari, scampato il 6 aprile per un soffio alla furia delle macerie, convocò una conferenza stampa per annunciare alla città il programma della Perdonanza. Un atto di coraggio (e di fede) che dieci anni dopo va riconosciuto con gratitudine a chi all’epoca guidava la diocesi. A fianco a lui quel giorno c’erano don Daniele Pinton, don Claudio Tracanna, il presidente della Provincia Stefania Pezzopane, l’assessore comunale Marco Fanfani e il direttore della Carispaq Rinaldo Tordera. Molinari confermò che ad aprire la Porta Santa sarebbe arrivato all’Aquila il “potentissimo” segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone.
L’INCONTRO SALTATO. Bertone il 28 agosto avrebbe dovuto incontrare all’Aquila, dopo le cerimonie religiose, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi per mettere pace fra il governo italiano e il Vaticano i cui rapporti all’epoca non godevano di buona salute. La mattina del 28 agosto però ci pensò Vittorio Feltri a scombussolare tutto. Sul “Giornale”, di proprietà della famiglia del Cavaliere, Feltri fece un titolone con un attacco personale all’allora direttore di Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Berlusconi, per evitare imbarazzi, quel giorno a Collemaggio non si fece vedere. Saltò anche una mega cena riconciliatrice. Il 31 luglio 2009 durante l’incontro dell’arcivescovo con i giornalisti, fu illustrato pure il programma della “Peregrinatio”, pellegrinaggio con l’urna contenente i resti mortali di Celestino V. La basilica di Collemaggio, in parte crollata e in parte gravemente danneggiata non poteva più “proteggere” il corpo del papa Santo.
CELESTINO NELLA TORRE. Da aprile 2009 a fine agosto l’urna venne “nascosta” nella Torre che si trova a destra della facciata della basilica. A qualcuno venne l’idea di ri-portare Celestino V, per il tempo necessario, nella Rocca di Fumone (Frosinone) dove il Papa dopo le dimissioni, la fuga e l’arresto, era stato imprigionato su ordine di Bonifacio VIII e dove morì il 19 maggio 1296. L’ipotesi fu subito scartata memori del fatto che furono proprio gli aquilani e i monaci celestini, nel gennaio 1327, a “rapire” a Ferentino (Frosinone) il corpo e portarlo all’Aquila. Meglio evitare strani compromessi con la storia, pensò qualche mente più realista, e allora ecco la “Peregrinatio” con prima sosta a Sulmona e poi una serie di tappe nei luoghi celestiniani di Abruzzo e Molise con il ritorno nel capoluogo per le cerimonie dell’agosto 2010. Cosa che puntualmente avvenne. Sempre in quella conferenza stampa, quasi ignorata e “dispersa” fra le mille cronache del sisma, fu ufficializzato il fatto che la Settimana Liturgica nazionale, originariamente prevista all’Aquila in concomitanza con la festa celestiniana, era stata spostata a Barletta.
IMMAGINI-SIMBOLO. Della Perdonanza 2009 restano alcune immagini simboliche che chissà se sono state accluse nel dossier inviato all’Unesco per l’inserimento dell’evento aquilano nella lista dei patrimoni immateriali dell’Umanità. Una è del 26 agosto 2009. La città è devastata, è un’immensa zona rossa. La fiaccola, che da tradizione sarebbe dovuta arrivare il 23, giunge all’Aquila tre giorni dopo. Floro Panti che organizza il Fuoco del Morrone sin dal 1980, insiste a lungo con le autorità: la fiaccola deve passare nel centro storico distrutto. Alla fine lo accontentano. Panti, fiaccola in mano, parte da solo dalla Fontana luminosa diretto a piazza Duomo. Fa poche decine di metri e sul suo volto spuntano le lacrime. Va avanti con una forza che non immaginava di avere. Giunto a piazza Duomo crolla dalla fatica e dalla disperazione. Paolo Giorgi del movimento celestiniano deve sorreggerlo per non farlo cadere a terra. «L’anno scorso c’erano due ali di folla, quasi trentamila persone, oggi dentro L’Aquila non c’era nessuno a parte il silenzio e le macerie», dirà a chi gli chiedeva il perché di quelle lacrime. Di quei momenti restano per fortuna alcune foto. Quella con Panti stremato, piangente e con la fiaccola in mano vale più di tante retoriche chiacchiere sulla resilienza degli aquilani. Il tripode della pace verrà poi acceso nel piazzale orientale di Collemaggio, non lontano dall’orto botanico. Tutto lo spazio davanti all’edificio sacro era ancora occupato dalla tendopoli dove la fiaccola, comunque, fu in qualche modo fatta passare.
IL 28 AGOSTO 2009. Altre tre immagini sono invece del 28 agosto 2009. La prima: il corteo è ridotto ai minimi termini. C’è la bolla (una copia) con la quale Celestino V nel 1294 concesse l’indulgenza (da cui nasce la Perdonanza), ma c’è soprattutto l’urna del Santo che parte da piazza Palazzo (ancora coperta in gran parte dalle macerie) scortata dai vigili del fuoco. La mesta sfilata attraversa una città fantasma e, raccontano le cronache dell’epoca, anche il primo cittadino Massimo Cialente non riesce a trattenere le lacrime. È il pianto di una città intera che però da quelle lacrime ha già deciso di ripartire. La seconda: alla villa comunale il corteo incontra i cittadini. C’è chi applaude, chi prega, chi si commuove, chi protesta, chi invita a non arrendersi. Sentimenti contrastanti, ma erano quelli di decine di migliaia di sfollati che nell’agosto di 10 anni fa non riuscivano nemmeno a immaginare il loro futuro. La terza: il cardinale Bertone batte per tre volte contro la porta Santa con un martelletto dorato giunto dalla basilica di San Pietro. Il ramo d’olivo, che per decenni era servito alla bisogna, s’era smarrito fra le macerie (fu ritrovato tempo dopo) . E infine l’ultima immagine. È il tardo pomeriggio del 29 agosto 2009. L’urna di Celestino V viene “caricata” su un furgoncino dei vigili del fuoco per dare avvio alla “Peregrinatio”. Uno degli uomini che cura l’operazione – appena messo in sicurezza il prezioso carico – si copre il volto con una mano, travolto anche lui dalla commozione. Immagini e ricordi di dolore e pianto. Eppure quelle lacrime cadendo a terra hanno fatto rinascere la voglia di andare avanti e di non fermarsi davanti alla tragedia. Anche per questo, dieci anni dopo, quelle lacrime non vanno dimenticate.
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