Delitto D’Amico, sentenza vicina Scontro su tabulati e prova grafica

6 Ottobre 2022

Nel dibattimento accertato che l’imputato è mancino: la vittima è stata uccisa con la mano destra La Corte dice no all’acquisizione della lista delle telefonate. Il 19 ottobre va in scena l’ultima udienza 

L’AQUILA. Fra una quindicina di giorni la Corte di Assise del Tribunale dell’Aquila pronuncerà la sentenza che stabilirà una “prima” verità sull’omicidio, avvenuto il 22 novembre 2019, di Paolo D’Amico, il dipendente dell’Asm trovato senza vita due giorni dopo nel garage della sua abitazione in via Colle Toma, una zona isolata non distante dalla frazione di San Gregorio. Per la morte di D’Amico da più di un anno è sotto processo Gianmarco Paolucci, un ragazzo di Bagno di 29 anni che fino all’arresto, nel febbraio 2021, era addetto al reparto macelleria di un supermercato sulla statale 17 nei pressi di Bazzano.
Ieri nell’aula D del palazzo di Giustizia c’è stata l’ultima udienza “dibattimentale”. Mercoledì 19 ottobre alle 10 dopo una testimonianza (saltata ieri perché il testimone era malato) si aprirà la discussione con gli interventi del pubblico ministero, degli avvocati della difesa e delle parti civili con eventuali repliche. La presidente della Corte d’Assise, Alessandra Ilari, ha fatto capire che la camera di consiglio si potrebbe riunire già nel tardo pomeriggio del 19. Nel caso di intoppi la sentenza potrebbe slittare al 2 novembre.
IL TABULATO TELEFONICO
L’udienza di ieri era riservata ai testimoni citati dai legali di Paolucci (avvocati Mauro Ceci e Licia Carla Sardo) ma si è aperta con un piccolo colpo di scena. La pm Simona Ciccarelli ha chiesto alla Corte di acquisire i tabulati relativi alle telefonate fatte e ricevute da Paolo D’Amico fino al giorno della morte. L’avvocato Ceci si è opposto all’acquisizione in quanto, ha detto, «si tratta di 4mila pagine che la difesa ha avuto a disposizione solo due giorni fa e quindi non c’è stato il tempo per esaminarle». La Corte si è ritirata in camera di consiglio e alla fine ha negato l’acquisizione perché – semplificando di molto – si trattava di un deposito tardivo. Ma cosa c’è in quei tabulati? Nessuno lo saprà mai. L’accusa forse voleva dimostrare che i contatti telefonici fra vittima e presunto assassino erano stati numerosi e continui prima di quel fatale 22 novembre.
LA PROVA GRAFICA
Superato questo scoglio imprevisto il resto dell’udienza si è un po’ “incartata” su un elemento che la difesa di Paolucci ritiene decisivo. Per capire bene la questione vanno chiariti due fatti: l’imputato è mancino (usa cioè per scrivere e per le attività quotidiane la mano sinistra); l’omicida, come hanno dimostrato le perizie, ha colpito D’Amico con la mano destra, prima con uno scalpello da falegname e poi lo ha finito con un colpo di martello (una mazzetta) alla testa. Quindi, secondo la difesa, Paolucci non può essere l’assassino. In aula è stato sentito un perito grafico che ha detto che l’imputato firma con la sinistra e quindi è “indiscutibilmente” mancino. Il legale di parte civile Francesco Valentini ha mosso una serie di contestazioni al perito di parte fra cui quella che le firme – messe poi a confronto con quelle dei verbali sottoscritti da Paolucci – erano state poste dall’imputato alla presenza fisica del suo legale ma non del perito cosa che di solito, nelle cosiddette prove grafiche, per prassi avviene.
E qui c’è stato un altro colpo di scena. L’imputato, innervosito dal batti e ribatti sul suo essere mancino o meno, si è alzato e ha chiesto e ottenuto di rifare la prova grafica “in diretta” davanti alla Corte, che poi l’ha acquisita. A seguire, la presidente ha detto “no” ad altri tre testimoni della difesa – che avrebbero dovuto ribadire che Paolucci è mancino – e ha fatto mettere a verbale che «si dà per acquisito» che Paolucci “normalmente” è mancino. Quel “normalmente” può significare che l’imputato, per esempio quando per lavoro tagliava la carne (e c’è in tal qualche testimonianza), usava anche la destra. La sentenza dovrà far luce anche su questo.
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