Delitto D’Amico, si va in Corte d’appello

18 Marzo 2023

La difesa di Paolucci, l’operaio che ha preso 15 anni, e la Procura impugnano la sentenza di 1° grado

L’AQUILA. Approderà in Appello il processo a Gianmarco Paolucci, il 28enne condannato in primo grado a 15 anni di reclusione con l’accusa di aver ucciso il 22 novembre 2019 l’operaio dell’Asm Paolo D’Amico di 55 anni.
E sarà di nuovo battaglia fra la Procura e la difesa. Ieri scadeva il termine per presentare i ricorsi e sia la Procura sia il difensore di Paolucci, l’avvocato Mauro Ceci, li hanno depositati. Sul contenuto dei ricorsi si possono fare per ora solo delle ipotesi.
La Procura aveva chiesto l’ergastolo contestando all’imputato le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi. La Corte d’assise ha escluso le aggravanti e ha applicato lo sconto di pena previsto con il rito abbreviato _ chiesto dalla difesa nell’udienza di rinvio a giudizio e che all’epoca non era stato concesso perché non applicabile ai reati che prevedono l’ergastolo. Probabile che il ricorso della Procura punti a far “ripristinare” le aggravanti e a provare a sciogliere i molti dubbi _ soprattutto su movente e modalità dell’omicidio _ che emergono dalla sentenza di primo grado.
La difesa, in Appello, avrà molte carte da giocare anche se resta lo scoglio della prova del Dna che per ora è l’unico elemento che pone, secondo i giudici, con certezza Gianmarco Paolucci sul luogo _ la casa di D’Amico in prossimità di San Gregorio _ in cui l’operaio fu ucciso a colpi di “cesello” da falegname e di un grosso martello. Sul resto, leggendo le motivazioni, ci sono solo indizi, alcuni più stringenti come per esempio le celle telefoniche (in base alle quali il telefono mobile dell’imputato era nella zona dove c’era l’abitazione della vittima), altri più labili come il movente e la dinamica dell’omicidio che addirittura portano la Corte a sospettare possibili altre presenze sul luogo della tragedia.
Restano aperte pure altre questioni: come il ragazzo arrivò quel 22 novembre a Colle Toma, come si allontanò, perché portò via o indossò le scarpe di D’Amico (qui si ipotizza che Paolucci si fosse tolte le sue che fece poi sparire). Il fatto che l’imputato fosse mancino (l’assassino, questo è certo, usò la destra per colpire l’operaio prima con un cesello da falegname e poi con una mazzetta da muratore) non viene ritenuto derimente perché, scrive la Corte, per il suo lavoro da macellaio _ in base ad alcune testimonianze _ usava spesso anche la mano destra.
Secondo i giudici di primo grado «la traccia del Dna dell’imputato trovata sui pantaloni della vittima e il relativo quadro probatorio appare di significato univoco nell'indicare perlomeno la partecipazione del Paolucci all'azione omicidiaria». (g.p.)
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