Detenuti attori con la Smorfia napoletana

4 Dicembre 2017

Carcere San Nicola, iniziativa della Direzione con il gruppo amatoriale “Le Beatrici di Collelongo”

AVEZZANO. Una vera e propria commedia teatrale che non ha deluso le aspettative e che ha raccolto il consenso degli spettatori. È stato infatti un successo il laboratorio teatrale espressivo intramurale condotto dal gruppo amatoriale “Le Beatrici di Collelongo” che si è tenuto nel carcere di Avezzano. Lo spettacolo era incentrato sulla Smorfia napoletana. La Direzione della casa circondariale di Avezzano ha programmato l’evento teatrale a conclusione di un laboratorio svolto con i detenuti. Un progetto dedicato alla popolazione detenuta e al personale dipendente, ma che ha visto anche la partecipazione delle scolaresche. Centrale il ruolo di suor Benigna. Il Teatro in carcere è oggi come una pratica formativa non tradizionale, che aiuta la riscoperta delle capacità e delle sensibilità personali, ma è anche una modalità di espressione di emozioni. L’esperienza del gruppo teatrale ha consentito, infatti, di sperimentare ruoli e dinamiche diversi da quelli propri della detenzione, sostituendo i meccanismi relazionali basati sulla forza, sul controllo e sulla sfida con quelli legati alla collaborazione, allo scambio e alla condivisione.
«L’intento della rappresentazione», ha affermato il direttore Anna Angeletti, «è dare ai detenuti la possibilità di trovare una restituzione sul lungo lavoro espressiva creativa svolto nell’ambito del laboratorio». Per tale motivo la direttrice ritiene «lo strumento del teatro una delle forme più consone a rafforzare le competenze sociali positive e costruttive e a far emergere nelle persone detenute parti del sè rimaste inespresse per una migliore integrazione della personalità».
In quest’ottica, il laboratorio, come tutte le attività svolte nel carcere, costituisce un patrimonio di base da valorizzare e dal quale partire per costruire percorsi che abbiano una dimensione artistica ma anche formativa, orientata a una spendibilità esterna in grado di coniugare le competenze artistiche con quelle tecniche e professionali. Queste iniziative rendono il carcere non solo un istituto di pena ma anche di cultura, un luogo dove contraddizioni ed energie possono essere valorizzate e trasformate in senso costruttivo e propositivo e non solo in senso contenitivo». (p.g.)
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