Di Stefano: se dovrò restituire tutto chiuderò bottega

11 Ottobre 2019

L’AQUILA. Per alcune aziende, l'innalzamento della soglia de minimis da 200mila a 500mila euro, potrebbe fare davvero la differenza. È il caso della Farglass di Sassa, che lavora vetro e conta 24...

L’AQUILA. Per alcune aziende, l'innalzamento della soglia de minimis da 200mila a 500mila euro, potrebbe fare davvero la differenza. È il caso della Farglass di Sassa, che lavora vetro e conta 24 dipendenti. Stando ai calcoli, dovrebbe restituire 530mila euro, che con l'applicazione della franchigia scenderebbero di botto a 30mila. Per il titolare, Diego Di Stefano, la questione è vitale per il proseguimento dell'attività. Lo sforzo per risollevarsi dopo il terremoto di dieci anni fa è stato notevole. Di Stefano non si è arreso, anzi. Ha guardato avanti, al futuro del territorio e della sua impresa, tanto da compiere un passo importante per far crescere l'azienda e renderla sempre più competitiva e all'avanguardia sul mercato.
Dopo il sisma avete fatto importanti investimenti, oggi vi si chiede di mettere mano di nuovo al portafogli. Qual è la situazione?
«Riteniamo che tutta questa storia della restituzione delle tasse sia una vera presa in giro. Nel 2011, sulla base della circolare che consentiva l'abbattimento della tassazione, abbiamo fatto degli investimenti. Adesso, paradossalmente rischiamo di dover pagare le tasse anche su quelle somme impegnate per migliorare l'azienda. Se avessimo saputo, avremmo forse cercato delle forme alternative di investimento, che non rientrassero nel conteggio del de minimis. O non ci saremmo imbarcati in nuove avventure imprenditoriali».
Quanto siete chiamati a versare?
«530mila euro tenendo conto del de minimis a 200mila euro, solo 30mila euro con la franchigia. Un abisso. Per noi la decisione dell'Europa – non solo rispetto alla restituzione, ma al quantum – è fondamentale. Non saremmo, comunque, in grado di dare indietro oltre mezzo milione di euro in un'unica soluzione; è impensabile. Non si può concedere un'agevolazione, com'è stato fatto per le imprese aquilane, e poi chiederla indietro dopo dieci anni. Per me, possono venire qui, prendere le chiavi del capannone e gestire loro l'azienda. Mezzo milione di euro disponibili sull'unghia proprio non ci sono».
Avete subito danni con il sisma?
«È andato distrutto tutto il magazzino: quando siamo rientrati, per la prima volta, nello stabilimento abbiamo trovato vetri infranti ovunque. Un disastro. Come si può parlare di concorrenza sui mercati per imprese aquilane che hanno dovuto interrompere la produzione, risistemare le strutture, che hanno visto andare perso tutto il magazzino. E poi, quale disparità di trattamento si verrebbe a creare con aziende che hanno preso i contributi e, magari, in questi anni sono andate via o hanno chiuso bottega? A loro non verrà richiesto nulla».
E se la restituzione sarà perentoria?
«Richiedere indietro queste somme significa obbligare le aziende a non pagare gli stipendi ai lavoratori, a non versare i contributi, a non ottemperare alle scadenze con i fornitori, a lasciare inevase le bollette dell'energia elettrica. Una follia. Salterebbero in aria moltissime imprese, con una conseguente perdita occupazionale». (m.p.)
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