Donne dell’Arma in prima fila contro il Covid

La storia della dottoressa Savoia: 6 ore al giorno nei luoghi dove si eseguono i tamponi per i cittadini
L’AQUILA. Lo scorso anno, per far fronte all’emergenza sanitaria causata dalla pandemia, lo Stato, attraverso il ministero della Difesa, ha dato via alla missione Igea, autorizzando l’arruolamento eccezionale di 30 medici e 100 infermieri che sono stati poi assegnati a Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri. Questi ultimi hanno reclutato 10 medici che, da novembre, lavorano nei cinque drive through allestiti dall’Arma (tre in provincia dell’Aquila, uno a Vasto e un altro ancora a Campobasso) per effettuare i tamponi molecolari sulla popolazione. Dei 10 camici bianchi presi in ferma straordinaria, una buona parte è costituito da donne. Dottoresse che hanno deciso di lasciare lavoro, famiglia e città per andare a prestare servizio in prima linea.
Una di esse è la dottoressa Valentina Savoia, medico fisiatra originaria della Campania in forza come ricercatrice con contratto da libera professionista nella sede distaccata dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Palidoro, una frazione del comune di Fiumicino, in provincia di Roma. Dopo aver risposto al bando del ministero della Difesa, è stata tra i primi medici a essere selezionati. Da novembre è all’Aquila, dove, con turni di servizio che possono arrivare anche a diverse settimane consecutive – intervallate da pause in cui può tornare a Roma a riabbracciare la famiglia, il marito e una bambina di 8 anni – tutti i giorni, sei ore al giorno, sabato compreso, che ci sia sole, pioggia, neve o vento, è impegnata nel drive through dell’aeroporto di Preturo (ma è stata anche in quello di Avezzano), dove ogni settimana vengono effettuati quasi 2mila tamponi. «Nel drive through siamo in tre. Quarantott’ore prima di ogni turno veniamo sottoposti a tampone e per tutto il periodo in cui siamo operativi viviamo isolati da tutto e tutti, alloggiando in un albergo», spiega al Centro. «I contatti con l’esterno sono praticamente inesistenti e anche tra di noi sono molto limitati. È sicuramente una missione impegnativa, ma quando ho saputo che c’era questa opportunità non ho esitato un attimo a fare domanda. Ho scelto la professione medica perché volevo aiutare il prossimo. Indossare la divisa dei carabinieri è una grande responsabilità, ma anche un grande onore, ne vado molto fiera. Se l’Arma mi offrisse la possibilità di rimanere a tempo indeterminato accetterei immediatamente».
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