Ecco perché il macellaio ha evitato il carcere a vita

A carico di Paolucci sono state escluse le aggravanti: crudeltà e futili motivi E sul movente e sulle modalità dell’omicidio minata la ricostruzione dell’accusa
L’AQUILA. Durante le quasi venti udienze del processo a carico di Gianmarco Paolucci l’impianto accusatorio era apparso granitico, tanto che era difficile non “pronosticare” la pena dell’ergastolo. La sentenza (condanna a 15 anni) pronunciata mercoledì pomeriggio dalla Corte d’Assise (presidente Alessandra Ilari, giudice a latere Niccolò Guasconi e sei giudici popolari) fa nascere invece molti dubbi quantomeno su movente e modalità dell’omicidio.
PROMEMORIA
Gianmarco Paolucci, un ragazzo di Bagno di 29 anni che fino all’arresto (nel febbraio 2021) era addetto al reparto macelleria di un supermercato, è finito alla sbarra con l’accusa di aver ucciso nel pomeriggio del 22 novembre 2019, Paolo D’Amico, 55 anni dipendente dell’Asm trovato senza vita – due giorni dopo – nel garage della sua abitazione in via Colle Toma, una zona isolata nel comune di Barisciano non distante dalla frazione aquilana di San Gregorio.
LA PROVA REGINA
Il destino processuale dell’imputato è sembrato subito segnato. La prova regina, infatti, consiste in una traccia di sudore trovata sui pantaloni della vittima all’altezza delle caviglie che ha consentito agli investigatori di individuare il Dna che poi è risultato essere corrispondente a quello di Paolucci. Se non ci fosse stata quella traccia difficilmente si sarebbe arrivati alla condanna “oltre ogni ragionevole dubbio”. Nel corso del processo il Dna non è stato mai messo in seria discussione (almeno dal punto di vista scientifico) e quindi la Corte d’Assise ha deciso per la condanna, forte anche di esami tecnici sul cellulare del ragazzo che lo ponevano quel 22 novembre 2019 intorno alle 16 nella zona dove è avvenuto l’omicidio.
L’ORA DELLA MORTE
Un primo dubbio però c’è già sull’ora della morte che i medici legali pongono fra le 15 e le 19 del 22 novembre. Una “forchetta” molto ampia per cui il fatto che Paolucci fosse in via Colle Toma alle 16 potrebbe anche non essere un fattore decisivo tale da inchiodarlo alle sue responsabilità.
LA MACCHINA
Un altro elemento di cui nel processo praticamente non si è parlato è come l’assassino, che per la Corte d’Assise è Paolucci, sia arrivato quel giorno a casa di D’Amico. Era andato con la sua macchina? E poi: compiuto l’omicidio come si è allontanato? Va tenuto conto che la vittima abitava in una zona molto isolata, una sorta di “terra di mezzo”. In quell’area c’è un dedalo di stradine sterrate che per percorrerle bisogna conoscerle bene. E va pure considerato che a fine novembre fa buio molto presto.
I DUBBI
Ma veniamo alla sentenza. La Corte d’Assise ha escluso per Paolucci le aggravanti che, nel caso specifico, erano la crudeltà e i futili motivi. Questo in soldoni significa che sono venuti a mancare due elementi fondamentali per la condanna all’ergastolo. I giudici quindi hanno “riesumato” il rito abbreviato che in precedenza era stato chiesto dalla difesa ma inizialmente negato perché per i reati potenzialmente punibili con l’ergastolo l’abbreviato non è ammesso.
LA CRUDELTà
Aver escluso la crudeltà significa aver “minato” la ricostruzione che l’accusa ha fatto dell’omicidio. D’Amico secondo la Procura (e i medici legali) sarebbe stato colpito con 21 colpi di scalpello da falegname prima al torace e poi, già morente, alla schiena. Alla fine l’assassino (e qui la crudeltà sembrava evidente) ha colpito la vittima alla testa con una mazzetta che ha il manico di legno (su cui non sono state trovate impronte) e la parte superiore in ferro. Quindi gli ha dato il colpo di grazia. Sarà interessante leggere le motivazioni su questo punto. È possibile però che la Corte abbia “rafforzato” un elemento che era stato sfiorato anche nella requisitoria del pubblico ministero e che cioè tenuto conto del carattere di D’Amico (descritto come “non facile”) è possibile che il primo ad “aggredire”, se pur solo verbalmente, fosse stata proprio la vittima che magari aveva “scoperto” Paolucci mentre quest’ultimo – forse – rubava della marijuana che il 55enne produceva nel suo orto. La reazione dell’imputato sarebbe stata feroce ma in qualche modo “difensiva”. Dopo i primi colpi potrebbe essere stato preso da una sorta di raptus che non si è placato fino a quando l’operaio Asm non ha dato più segni di vita. Per ora è solo una “suggestione” che andrà verificata, appunto, con le motivazioni il cui deposito è previsto tra 90 giorni.
IL MOVENTE
Il movente è stato individuato dalla Procura in un debito che Paolucci avrebbe avuto con D’Amico. In poche parole non gli avrebbe pagato una partita di marijuana che il dipendente Asm “produceva” nel suo orto e avrebbe anche tentato di rubare la sostanza stupefacente. La Corte escludendo i futili motivi ha messo in dubbio il movente? Possibile. In realtà le udienze del processo andrebbero studiate più da un sociologo che da un criminologo. È emerso un mondo “invisibile” fatto di droga, alcol, lunghe nottate, soldi spesi nel gioco. Protagonisti, spesso, giovani capaci di spendere anche l’intero stipendio in poche ore. Paolucci faceva parte di questo mondo? La cosa strana è che il presunto assassino (lo sarà fino alla sentenza di terzo grado) era forse il meno coinvolto in questi “giri”. Spendeva molto nei giochi ma sul fronte droga non sono venute fuori prove tali da poterlo identificare come grande consumatore ma al massimo “consumatore occasionale”. Significativo pure il fatto che dall’analisi sui capelli fatta dopo l’arresto (15 mesi dopo l’omicidio) è emerso che da almeno sei mesi Paolucci non faceva uso di sostanze stupefacenti. Luci e ombre insomma che non mettono la parola fine alla vicenda.
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