Ex Ecare, sciopero contro i trasferimenti

A vuoto il tavolo ministeriale, alcune storie dei 43 dipendenti che potrebbero essere collocati altrove oppure licenziati
L’AQUILA. Hanno un’età media di 35/40 anni, con famiglie sulle spalle e un contratto a tempo indeterminato conquistato con fatica, dopo un percorso di precariato che sembrava ormai lontano. Ma 34 dipendenti del call center aquilano Olisistem Start, ex Ecare, si trovano di nuovo a un bivio: o si trasferiscono a Roma, a partire dal prossimo 18 febbraio, oppure perdono il lavoro. La loro vertenza, per la quale si sono mossi immediatamente sindacati e istituzioni, potrebbe però allargarsi a tutti i 300 operatori dell’azienda di Monticchio che temono una smobilitazione del sito, del resto già paventata nel 2017, quando furono annunciati 200 esuberi a livello nazionale, di cui 100 all’Aquila. Per questo ieri è scattata la protesta.
LO SCIOPERO. Nelle scorse settimane la ex Ecare (Olisistem Start dal 2016) ha perso la commessa della Ato 2 di Roma, società operativa del gruppo Acea, che gestisce il servizio idrico integrato nel Lazio centrale. È subentrata la Call&Call, che è pronta a riassorbire i lavoratori, ma a condizione che si trasferiscano nella capitale, nel sito di Torre Spaccata.
Tutto il personale si è mobilitato: ieri c’è stata un’adesione massiccia, che ha sfiorato il 100% dei dipendenti, allo sciopero proclamato da Rsu e sindacati, seguito da un sit-in di protesta davanti all’ingresso dell’azienda. Il timore è che a breve la stessa sorte tocchi ad altri operatori, le cui commesse, con Poste e Acea sono in scadenza tra marzo e giugno.
IL TAVOLO NAZIONALE. Mentre i lavoratori scioperavano, una delegazione composta da Rsu e rappresentanti locali e nazionali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, guidata dal presidente vicario della Regione Giovanni Lolli, si sedeva al tavolo convocato al ministero del Lavoro. Una riunione rivelatasi infruttuosa, nonostante la presenza delle aziende Call&Call e Olisistem, a causa dell’assenza dell’attore principale, e cioè Acea: «Assenza importante», hanno sottolineato le Rsu, «quella del committente Acea, punto focale per la risoluzione della vertenza, impossibilitato per impegni pregressi. Per questo, è stato fissato un nuovo incontro, sempre al Ministero, per martedì 29 gennaio». Secondo il presidente Lolli, «risulta inaccettabile la posizione del trasferimento dei lavoratori su Roma, perché equivarrebbe a un licenziamento delle 34 unità. Acea ha consistenti interessi nella nostra regione e sicuramente mostrerà la sensibilità necessaria per la risoluzione della vertenza. Il Ministero, inoltre, si è dichiarato ottimista, sulla risoluzione della vertenza».
LE STORIE. I 34 dipendenti a rischio non intendono lasciare il call center di Monticchio, anche se questo significherà perdere il lavoro.
Non accettano di stravolgere la loro vita, né di fare i pendolari, visti anche i turni lavorativi a cui sono sottoposti. Tra loro c’è anche una coppia: marito e moglie quarantenni, con due bimbe piccole, una casa all’Aquila acquistata con il mutuo. «Entrambi lavoriamo da 18 anni nel settore dei call center», dichiarano S.M. e F.B., «e pensavamo di aver trovato una stabilità, con un contratto full time nella stessa azienda. Abbiamo comprato casa, paghiamo il mutuo, le nostre figlie frequentano la scuola. Come facciamo a spostarci? Impensabile trasferire tutta la famiglia, impensabile pagare un affitto a Roma. Ma anche fare una vita da pendolari, con le spese che comporterebbe. E le nostre bimbe a chi le lasciamo?».
I due coniugi sperano nell’intervento della politica: «Una soluzione va trovata», afferma il marito, «anche perché quella prospettata pare più una strategia aziendale per diminuire il carico di spesa sul personale». Anche G.B., 43 anni, della provincia di Teramo, non accetterà il trasferimento: «Lavoro all’Aquila dal 2010, sono già un pendolare e ho una moglie con un lavoro precario. Come faccio a sobbarcarmi ulteriori spese? Non si tratta solo di raggiungere la capitale, ma anche di spostarsi all’interno di Roma. Purtroppo, noi 34 siamo tutti d’accordo: il nostro è in realtà un licenziamento mascherato».
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