Ex parroco condannato: il caso va in Cassazione

13 Giugno 2021

L’AQUILA. La giustizia terrena non ha ancora pronunciato l’ultima parola sul caso di don Paolo Piccoli. La difesa dell’ex parroco di Pizzoli e Rocca di Cambio, condannato anche in appello per l’omicid...

L’AQUILA. La giustizia terrena non ha ancora pronunciato l’ultima parola sul caso di don Paolo Piccoli. La difesa dell’ex parroco di Pizzoli e Rocca di Cambio, condannato anche in appello per l’omicidio di don Giuseppe Rocco nella Casa del clero di Trieste, è pronta al ricorso in Cassazione. L’avvocato Vincenzo Calderoni, che assiste il sacerdote 56enne ma già in quiescenza accusato di aver strangolato il confratello di 92 anni nella notte del 25 aprile 2014, mentre erano entrambi ospiti della struttura friulana, attende le motivazioni della sentenza emessa venerdì pomeriggio, ma non ha dubbi sul fatto che la vicenda giudiziaria non può finire così.
Anche in appello, così come in primo grado, quando il prete tutt’ora incardinato nella diocesi dell’Aquila ha subìto la condanna a 21 anni e sei mesi di carcere, secondo il legale non sono stati tenuti in debito conto gli elementi proposti dalla difesa a confutazione delle tesi accusatorie. «È inaccettabile che non sia stato ascoltata l’interpretazione dei fatti da parte del consulente a sostegno dell’imputato», evidenzia Calderoni, secondo cui per ben quattro volte è stata respinta la richiesta di ammettere in giudizio la perizia difensiva. Eppure, dai rilievi evidenziati dall’esperto indicato dalla difesa sarebbero emerse indicazioni determinanti per scagionare don Paolo. Tra queste, in particolare, la mancanza di un esame istologico sui tessuti prelevati dal corpo della vittima e i dubbi relativi alla rottura dell’osso ioide del collo che, per l’accusa, è la prova dello strangolamento. «Andava fatta una Tac sulla salma prima dell’autopsia», sottolinea Calderoni, «per accertare che la frattura non sia stata causata dall’estrazione della parte durante l’esame medico-legale». Secondo la perizia difensiva, dunque, le evidenze del caso non escludono altre possibili cause per la morte del sacerdote 92enne al di là dell’omicidio. Di conseguenza la responsabilità di don Paolo sarebbe tutt’altro che certa. Hanno una spiegazione che esclude atti di violenza, secondo l’avvocato difensore, anche le tracce di sangue trovate sul lenzuolo del letto in cui è stato trovato esanime don Giuseppe Rocco. Quelle macchie sarebbero da riferire a perdite ematiche da ferite dovute a un’irritazione cutanea di cui soffre l’imputato. Sul lenzuolo sarebbero finite mentre don Paolo impartiva l’estrema unzione alla salma del confratello. La posizione delle macchie sul lato del letto, sempre a detta della difesa, accrediterebbero questa tesi piuttosto che quella della colluttazione sostenuta dall’accusa: anche perché sotto le unghie della vittima non sono state trovate tracce compatibili con un estremo tentativo di difesa. Per i giudici in primo e secondo grado però don Giuseppe è stato ucciso dall’ex parroco per derubarlo di una catenina. (g.d.m.)
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