Fine vita ed eutanasia, riflessioni con Billi
Il giudice: «La mancanza di una legge è solo un modo un po’ vigliacco di non affrontare il problema»
SULMONA. «La richiesta di anticipare la propria morte quando ci sono delle condizioni di estrema sofferenza è davvero un atto contro Dio?». È stato diretto l’interrogativo che Marco Billi, giudice del tribunale dell’Aquila e autore del libro “Soli nel fine vita, il caso Cappato e la necessità di una legge”, ha rivolto alla Chiesa come istituzione durante l’incontro di sabato a Sulmona.
Una domanda chiave che in quest’occasione il giudice Billi ha lanciato a don Egidio Berardi, responsabile dell’Ufficio diocesano per la pastorale della salute, secondo il quale «questo tema è stato sempre presente nella realtà dell’umanità già dal giuramento di Ippocrate. La Chiesa non è l’autrice né della norma morale, né di quel che può essere un cambiamento nell’ambito dell’etica. È una custode. La Bibbia e il Vangelo rimangono quelli e la Chiesa non ha il potere di poter cambiare o sostituire delle pagine avute per rivelazione».
Nella presentazione del libro nel cortile di palazzo San Francesco a Sulmona, alla quale hanno preso parte il sindaco, Annamaria Casini, il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Sulmona, Luca Tirabassi, la senatrice Gabriella Di Girolamo (M5S) e la consigliera regionale Sara Marcozzi (M5S), consigliere regionale Billi, Sabrina Pantalone, e il sottosegretario di Stato al ministero della Salute, Pierpaolo Sileri, rispondendo alle domande della moderatrice Chiara Buccini, ha posto l’accento su alcune sfaccettature della vicenda soffermandosi in particolare sulla necessità di una normativa a disposizione del legislatore e su alcuni chiarimenti necessari che dovrebbero arrivare dalla Chiesa. «La mancanza di una legge non elide il problema, è solo un modo un po’ vigliacco di non affrontare il problema ma nel nostro Paese», ha precisato il giudice Bili, «l’eutanasia non è che non esiste perché non è normata. Esiste tutto un mondo sommerso che è ancora più drammatico e meno dignitoso per il cittadino. La vita che Dio ha donato, sempre nell’ottica cristiana, è una vita del tutto indisponibile o il cristiano ne deve farne un uso responsabile? Rifiutare la vita in quel momento di estrema angoscia e sofferenza è un atto contro Dio o è una richiesta, per chi crede, di ricongiungersi a Dio? Tanti anni fa si moriva in un momento e non si capiva neanche perché si moriva. Si diceva: se l’è portato il Signore. Adesso, invece, molti malati rimangono tra la vita e la morte in condizioni di mortificazione perché la scienza medica è riuscita a fare dei progressi impensabili fino a molto tempo fa e li riesce a far stare aggrappati alla vita in condizioni che possono essere ritenute mortificanti. L’aiuto a morire si pone contro Dio o contro il progresso medico-scientifico che riesce a tenerlo in vita anche contro quello che 50 anni fa poteva essere interpretato come volere di Dio?». (e.b.)
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